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Webmaster & Author: Antonino Cucinotta
Graduate in Physics
Electronics and Telecommunications Teacher
at the Industrial Technical High School "Verona Trento"
of Messina (Sicily), Italy
Copyright 2002 - All rights reserved

Webmaster ed Autore: Prof. Antonino Cucinotta
Dottore in Fisica
Docente di Elettronica e Telecomunicazioni
presso l'Istituto Tecnico Industriale"Verona Trento" di Messina
Copyright 2002 - Tutti i diritti riservati


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AB/(CD) IS THE RATIO BETWEEN THE PRODUCT OF A BY B AND THE PRODUCT OF C BY D;
df(x)/dx IS THE DERIVATIVE OF THE FUNCTION f(x);
M = R2P/(Gm) =

R 2P
= ---------
(Gm).

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AB/(CD) INDICA IL RAPPORTO TRA I PRODOTTI AB E CD;
df(x)/dx INDICA LA DERIVATA DELLA FUNZIONE f(x);
M = R2P/(Gm) =

R2P
= ---------
(Gm).






DOMANDE

Egregio prof. re,
nello studiare argomenti di termodinamica, dovrei risolvere due quesiti:
- se l'aria contenuta in un volume di 3mc alla pressione di 1 Kg/cmq venisse compressa adiabaticamente alla pressione di 5 Kg/cmq., occuperebbe un volume più piccolo. E, se dovessimo tenere conto della temperatura iniziale dell'aria, supposto che sia a 25°C, quale volume occuperebbe?
-In un serbatoio di accumulo per aria compressa, sono accumulati 400 lt di aria alla pressione di 11 Kg/cmq. Se la temperatura dell'aria è di 180 °C, determinare l'energia termica ,misurata in KJ, sviluppata da una turbina alimentata dal serbatoio.
Moltissime grazie, Francesca


Gent. ma Francesca,
- Se Vi = 3 mc., pi = 1 Kg/cmq = 3 x 9,81 /0,0001 = 2,943 x 105 N/mq, pf = 5 Kg/cmq = 5 x 9,81 /0,0001 = 4,905 x 105 N/mq,si ha: Vf = (pi/pf)(1/g)Vi = (2,943 x 105 /4,905 x 105) (1/1,40) x 3 = 0,6 0,71428 x 3 = 2,0828 mc.
Per determinare il volume d'aria Vi alla temperatura Ti = (273 + 25) °K = 298 °K, corrispondente al volume Vf di 2,0828 mc, bisogna calcolare anzitutto la temperatura Tf al termine della compressione adiabatica, facendo sistema con l'equazione di stato pV = nRT (V = nRT/p):
nRTf/pf = (pi/pf) (1/g)nRTi/pi;
Tf = Ti(pi/pf)[(1 - g)/g] = 298 x (2,943 x 105/4,905 x 105) [(1 - 1,4)/1,4] = 298 x 0,6(-0,2857) = 344,82 °K.
Dall'equazione di stato piVi/Ti = pfVf/Tf;
Vi = (Ti/Tf) (pf/pi) Vf = (298/344,82) x (4,905 x 105/2,943 x 105 ) x 2,0828 = 2,999 mc, coincidente in pratica con i 3 mc del volume iniziale assegnato.
- Dall'equazione di stato si ottiene il numero n di moli di gas: n = pV/(RT) = (11 x 9,81/0,0001) x 0,4 /(8,31 x (180 + 273)) = 114,662 moli.
Supponendo che la temperatura finale sia di 25 °C, si ha : Tf = 298 °K.
Essendo Cv = 4,98 cal/(mole °K), si calcola la variazione di energia interna dell'aria che si espande raffreddandosi da 453 °K a 298 °K: DU = n Cv (Tf - Ti) = 114,662 x 4,98 x (298-454) = - 8,907 x 104 cal = - 4,18 x 8,907 x 104 J = -372312,6 J = -372,3216 KJ.
Tanti cordiali saluti

Egregio prof. re,
considerando un esercizio che ha svolto tempo fa e, precisamente riguardante un pistone di superficie x mq. dove insisteva un peso di y Newton, il tutto per calcolare la corsa del pistone che avrebbe percorso, ebbene Lei numericamente ha sviluppato esattamente il quesito. Ora Le chiedo se fosse possibile calcolare comunque la corsa tenendo conto degli stessi dati, aggiungendo la temperatura iniziale dell'aria (per es. a 15°C) e conoscere magari la temperatura finale della compressione.
La saluto con molti ringraziamenti.
Francesca


Gent. ma Francesca,
La corsa d del pistone rimane invariata se si considerano i dati del quesito precedente: pi = 1 atm = 1,013 x 105N/mq: pressione iniziale (z) dell'aria nel cilindro (si suppone che sia pari alla pressione atmosferica pa = 1,013 x 105N/mq;
pf = 1,1111 x 105 N/mq. pressione finale dell'aria nel cilindro, al termine della compressione adiabatica prodotta dal peso;
Vi = 2000 cmc = 0,002 mc: volume iniziale;
Vf = 1,829 x 10-3 mc: volume finale.
Ti = (15 + 273)°K = 288 °K: temperatura iniziale.
Per calcolare la temperatura finale bisogna utilizzare l'equazione della trasformazione adiabatica in funzione di T e V:
Tf = Ti (Vi/Vf)g - 1 = 288 (0,002/1,829 x 10-3 ) 1,4 - 1 = 288 x 1,093 0,4 = 298,42 °K.
Tanti cordiali saluti

Egregio prof.re, deve perdonarmi se insisto sullo stesso argomento di termodinamica e, pertanto le formulo la seguente domanda: -dal calcolo sviluppato nella precedente risposta, per conoscere il valore del volume finale a cui corrisponde Vf=1,829 mc, lo stesso valore potrebbe concidere con altro procedimento di calcolo attraverso l'equazione di stato in cui Vf= Vi.(Pi/pf) elevato a 1/K.? Sicuramente avrò commesso un errore di valutazione, mi può gentilmente chiarire l'equivoco? (N.b. se non vi è bisogno di produrre la risposta sul Web, mi può rispondere privatamente).
La ringrazio tantissimo, Francesca

Gent. ma Francesca,
Il procedimento adottato nella soluzione del quesito in oggetto è essenziale per il calcolo del volume finale Vf = 0,001829 mc = 1829 cmc, in quanto sono noti soltanto la pressione iniziale pi = 1,013 E 5 N/mq ed il volume iniziale Vi = 2000 cmc, mentre la pressione finale pf = 1,1111 E 5 N/mq si ricava dalla condizione di equilibrio tra la stessa e la pressione risultante da quella iniziale sommata a quella esercitata dal peso del pistone. Una volta nota pf, per determinare Vf bisogna imporre che il lavoro meccanico svolto dal peso del pistone sia uguale al lavoro di compressione eseguito sul gas. Il calcolo di Vf può essere effettuato anche applicando l'equazione Vf= Vi.(pi/pf)^(1/K): Vf = 0,002 x (1,013 E5/1,1111 E5) ^ 0,71428571 = 1,87 E-3 mc = 1870 cmc, che in pratica coincide fino alle centinaia con il valore ottenuto in precedenza (1829 cmc). Questa discordanza tra i due metodi è dovuta fisicamente al fatto che la compressione è stata considerata , solo idealmente, adiabatica (senza scambio di calore con l' ambiente), per la sua breve durata. In realtà il calcolo di Vf dovrebbe essere effettuato considerando la compressione pressochè isotermica, con K circa unitario ed ammettendo un piccolo scambio di calore con l'ambiente. Infatti, per la legge di Boyle relativa alle trasformazione isotermiche, si ha: Vf= Vi.(pi/pf) = 0,002 x (1,013 E5/1,1111 E5) = 1823,41 cmc, che differisce da 1829 per circa lo 0,3%. D'altra parte, se si considerasse l'espansione isotermica di n moli di gas,bisognerebbe conoscere la temperatura ambiente Ta, che invece non è stata assegnata, ed applicare la formula L = Pd = P (Vi - Vf)/S = -integrale (da Vi a Vf) di pdV = - integrale (da Vi a Vf) di nRTa dV/V = - nRTa ln (Vf/Vi) = nRTa ln (Vi/Vf), con la notevole complicazione di dover risolvere numericamente un'equazione trascendente per determinare Vf: P(Vi - Vf)/S = nRTa ln (Vi/Vf). E' molto più semplice pertanto considerare la compressione adiabatica ed applicare successivamente, per una migliore approssimazione, l'equazione della trasformazione isotermica.
Tanti cordiali saluti

Egregio prof.re, dovrà scusarmi se sono insistente sull'argomento della termodinamica ma, studiando il problema precedentemente illustrato da Lei, ho provato a sostituire un numero con uno più grande e mi sono accorta che i conti non tornano. Avrò sicuramente commesso degli errori che Lei, gentilmente come suo solito con la sua sapienza ed umiltà è in grado di aiutarci. - Aumentando il peso da 10 Kg. a 1000Kg., si otterrà: 1000x9,81= 9810N mentre, la Pf= Pa+P/S=1,013x10^5+9810/0, 01=11111000N/mq, quindi procedendocon l'equazione per ottenere il valore del Vf: ((9810x-0,4)-( 1,013x10^5x0,01))x0,002/(( 9810x-0,4)-( 1,1111x10^7x0,01))= 9874/115034=0,085835 mc. E, procedendo con l'equazione di stato sempre per conoscere il Vf=Vix(Pi/Pf); Vf = 0.002 x (1.013x10^5/1,1111 x 10^7)= 1.8234 x 10^-5 mc., da cui si evince che i due valori non sono uguali.ed inoltre il valore trovato doveva essere inferiore a quello precedente. Le chiederei ancora un piccolo chiarimento sull'equazione del lavoro di compressione in Lc = (PfxVf) - (PixVi)/ 1-K, osservando i primi due fattori (Pfx Vf), si nota che diminuendo il Vf, diminuisce anche il valore del lavoro . semprerebbe un controsenso poichè è naturale che per ridurre il volume iniziale occorra una forza in proporzione al volume ridotto. La saluto e La ringrazio tantissimo.

Gent.ma Francesca,
Anzitutto segnalo l'errore nel calcolo di Pf: il calcolo esatto è: pressione iniziale + ( peso/sezione pistone) = 1,013E5 + 9810/0,01 = 101300 + 981000 = 1082300 N/mq = 1,0823 E6 N/mq., e non (pressione iniziale + peso)/sezione pistone = (101300 + 9810)/0,01 = 111110/0,01 = 11111000 N/mq. Pertanto Vf = (- 9810 x 0,4 - 101300 x 0,01) x0,002/(- 9810 x 0,4 - 1082300 x 0,01) = (- 3924 - 1013) x 0,002/(- 3924 - 10823) = 4937 x 0,002/14747 = 0,000669559 mc = 669,559 cmc.
Applicando invece la legge di Boyle si ha: Vf = piVi/pf = 101300 x 0,002/1082300 = 0,000187193 mc = 187,193 cmc.
La notevole diversità dei valori ottenuti, se si fa il confronto con il caso precedente (P = 10 Kg = 98,1 N), è dovuta al fatto che non è più valida l'approssimazione precedente, per quanto concerne il moto di discesa del peso. Nel caso precedente la pressione prodotta dal peso (98,1/0,01 = 9810 N/mq) è pari a circa il 10 % (9,68 % ) della pressione iniziale; pertanto si può fare un'analisi dinamica approssimata, considerando trascurabile la variazione di energia cinetica rispetto alla variazione di energia potenziale che si converte in lavoro di compressione (positivo) fatto sul gas.
Nel caso precedente, mentre il lavoro fatto dal peso è L = Pd = 98,1 x 0,017 = 1,6677 J, il lavoro di compressione è L = (piVi - pfVf) /(1-K) = (202,6 - 203,22)/(-0,4) = 1,55 J.
La differenza , pari a 0,1177 J (circa 7 %) corrisponde alla variazione di energia cinetica ed al calore trasferito all'ambiente per il difetto d'isolamento termico del sistema.
L'equazione differenziale del moto della massa M è : Mdv/dt = M(d^2 y/dt^2) = Mg - pS = Mg - [pi (Vi/V)^K]S = Mg - [pi (S yi/S y)^K] S = Mg - [pi (yi/y)^K] S .
Il termine dipendente dalla quota y si può considerare quasi costante, in prima approssimazione, soltanto se, come nel caso precedente, la variazione di y (corsa d = yi - yf) è piccola (1,7 cm) (yi = 0,002/0,01 = 0,2 m = 20 cm, circa uguale a yf), il che equivale a considerare quasi uguali i volumi Vi (2000 cmc) e Vf (1829 cmc). Soltanto facendo quest'approssimazione si può semplificare la soluzione, ritenendo pressochè uniformemente accelerato (con accelerazione costante a = dv/dt = g - pi S/M = 9,81 - 101300x 0,01/10 = (9,81 - 101,3) m/s^2 = -91,49 m/s^2 ) il moto di M.
In particolare, se M fosse tale da ottenere l'uguaglianza tra g e piS/M (a = 0), il moto di M avverrebbe con velocità costante .
In realtà, poichè un gas compresso in un volume variabile (come avviene in uno pneumatico al crescere del carico) consente di ottenere un sistema elastico (molla) con costante di forza variabile, durante la discesa del pistone si manifestano delle oscillazioni armoniche che vanno smorzandosi soltanto quando viene raggiunta la posizione di equilibrio corrispondente al volume finale.
La soluzione esatta del problema dovrebbe essere impostata considerando altri dati, cioè sia le velocità iniziale e finale del pistone (rilevabili sperimentalmente) e la conseguente variazione di energia cinetica del pistone, sia l'approssimativa adiabaticità della trasformazione (mediante un esponente K' di V da valutare sperimentalmente, in sostituzione di K= 1,4, per tener conto del calore Q ceduto all'ambiente, da misurare con un calorimetro contenente il sistema):
Mg yi + (1/2) Mvi^2 = (pi Vi - pfVf)/(1-K') + Mg yf + (1/2) Mvf^2 + Q;
L = Mg(yi - yf) = Pd = (pi Vi - pfVf)/(1-K') + (1/2)M [vf^2 - vi^2] + Q.
Se , in particolare, vi = 0, si ha: Pd = (pi Vi - pfVf)/(1-K') + (1/2)M vf^2 + Q.
Per quanto riguarda il lavoro di compressione (positivo) fatto sul gas ed opposto a quello, negativo,fatto dal gas che subisce la compressione, si ha:
L = (pi Vi - pfVf)/(1-K) = [pi Vi - pi ((Vi/Vf)^K) Vf]/(1-K) = [pi Vi - pi (Vi^K) Vf^(1-K)]/(1-K) =
[pi Vi - pi (Vi^K) Vf^(-(K-1))]/(1-K) = [pi Vi - pi (Vi^K) /(Vf^(K-1))]/(1-K)=
= piVi [1 - (Vi/Vf)^(K-1)]/(1-K) = piVi[(Vi/Vf)^(K-1) -1]/(K-1).
L'espressione ottenuta mostra chiaramente che al decrescere del volume, il termine (Vi/Vf)^(K-1) aumenta, incrementando tanto più il lavoro L quanto minore è il volume finale.
Tanti cordiali saluti.

Egregio prof.re,
possibilmente mi potrebbe spiegare perchè si stabilisce una differenza quantitativa tra due lavori e cioè:
-se si comprime l'aria con un pistone in un cilindro contenente dell'aria a pressione atmosferica con una forza di x Newton per una corsa y metri si sarà compiuto un lavoro di z Joule, mentre le calorie ovvero i KJ accumulati dall'aria compressa nel volume finale, sono molto inferiori a quelli del lavoro iniziale. E' possibile che ci sia questa notevole differenza, o è frutto della mia imperfezione di studio? Se fosse possibile ,sinteticamente mi potrebbe spiegare l'argomento numericamente?
La ringrazio tantissimo Francesca


Gent. ma Francesca,
L'errore di interpretazione sta nel fatto che le variabili che determinano il lavoro che viene compiuto in una trasformazione adiabatica, sono le pressioni e i volumi iniziali e finali della massa gassosa e non soltanto il prodotto della pressione iniziale per il volume iniziale. Se invece la trasformazione è isobarica (a pressione costante), il lavoro è determinato dal prodotto della pressione per la variazione di volume. In altri termini, mentre il prodotto pV non ha significato fisico, sono energeticamente importanti soltanto le sue variazioni durante una trasformazione.
Esempio numerico:
Consideriamo la compressione isobarica di una mole di gas (aria) contenuta in un cilindro non isolato termicamente dall'ambiente e chiuso da un pistone di sezione S = 0,008 mq = 80 cmq , scorrevole senza attrito per effetto di una forza costante F = 2400 N, il cui punto di applicazione si sposti di s = 0,125 m. Il lavoro compiuto dalla forza F sul gas è Lm = Fs = (2400 x 0,125) J = 300 J, mentre il lavoro di compressione compiuto dal gas è Lc = - Lm = - 300 J.
La pressione costante esercitata da F sul gas è p = F/S = 2400/0,008 = 3x105 N/mq.
Applicando l'equazione di stato si ha: Lc = p DV = nRDT; DV = Vf - Vi = Lc/p = -300/3x105 = - 0,001 mq = -1 dmc = - 1 litro (l.).
La variazione di temperatura è DT = Lc(nR) = -300/(1 x 8,31) = -36,1 °K.
Se Ti = 303 °K (30 °C), si ha:
Vi = nRTi/p = 1 x 8,31 x 303 / 3x105 = 0,008393 mc = 8,393 l.
Tf = Ti + DT = 303 - 36,1 = 266,9 °K (- 6,1 °C);
Vf = nRTf/p = 1 x 8,31 x 266,9 / 3x105 = 0,008393 mc = 0,007393 mc = 7,393 l. .
Applicando il primo principio della termodinamica, si ha:
DQ (calore, negativo,trasferito dal gas all'ambiente = Cp(Tf - Ti )= DU (variazione, negativa, dell' energia interna: D U = Cv(Tf - Ti )del gas) + Lc (lavoro di compressione, negativo, compiuto dal gas).
Cp (calore molare dell'aria, a pressione costante) = Cv(calore molare dell'aria, a volume costante) + R = (4,96 x 4,18 + 8,31) J/(mole °K) = 29,042 J/(mole °K).
DQ = CpDT = 29,042 x (-36,1) = -1048,41 J.
D U = CvDT = 4,96 x 4,18 x (-36,1) = - 748,45 J.
In altri termini, il calore DQ = - 1048,41 J ceduto all'ambiente proviene per - 748,45 J dal decremento dell'energia interna del gas per effetto del raffreddamento a pressione costante da 303 °K a 266,9 °K e per - 300 J dal lavoro di compressione subito dal gas per effetto della forza costante F.
Compiuta la compressione isobarica alla pressione pi' = 3x105 N/mq, supponiamo di far compiere al gas un'espansione adiabatica dal volume iniziale Vi' = 0,007393 mc fino alla pressione finale pf' = 1,013 x 105 N/mq (1 atm).
Il volume finale sarà Vf' = (pi'/pf')g = ( 300000/101300)0,71428 x 0,007393 = 0,01605 mc.
Il lavoro (positivo) compiuto dal gas è L' = ( pf'Vf' - pi'Vi')/(1- g) = (101300 x 0,01605 - 300000 x 0,007393)/(-0,4) = (1625,86 - 2217,9)/(-0,4) = 1480 J.
Dall'espressione L' = [pi'Vi'/(g -1)] {1 - [pf'/pi'][(g -1)/g]}, ricavabile con facili passaggi, si deduce che, a parità di prodotto iniziale pressione x volume, il lavoro di espansione è tanto maggiore quanto minore è la pressione finale pf'. Al limite, facendo tendere pf' a zero, si calcola il massimo lavoro (teorico) eseguibile:
L'max = [pi'Vi'/(g -1)] = 300000 x 0,007393 /0,4 = 5544,75 J.
Se invece il gas viene fatto espandere adiabaticamente fino al volume Vf' = 0,008393 mc, la pressione finale sarà pf' = pi' (Vi'/Vf') g = 300000 x (0,007393/0,008393)1,4 = 251180 ,62 N/mq.
L' = ( pf'Vf' - pi'Vi')/(1-g) = (251180,62 x 0,008393 - 300000 x 0,007393)/(-0,4) = (2108,15 - 2217,9)/(-0,4) = -109,75/(-0,4) = 274,375 J.
Come si può notare, il lavoro di espansione, a parità di volume e pressione iniziali, dipende dai valori finali della pressione e del volume, che determinano l'entità della variazione dell'energia interna.
Tanti cordiali saluti

Egregio prof.re,
Le propongo un quesito di termodinamica, prendendo a prestito alcuni dati da problemi risolti:
-una forza con intensità costante di 1111,1 N, spinge un pistone della sezione di 0,01 mq e del peso di 10 Kg in un cilindro contenente aria. Il pistone, sollecitato dalla forza comprime l'aria alla pressione di 1,1111x10^5 N/mq in un volume finale di 0,001829mc. Immediatamente la forza cessa di comprimere, di conseguenza il pistone verrà spinto lungo il cilindro.
Supposto che il cilindro abbia una lunghezza infinita e che non ci siano attriti, che spazio percorrerà il pistone fino all'arresto?
Dovendo inoltre conoscere il valore medio della forza che spinge il pistone per farlo allontanare dal momento che cessa l'azione della forza di 111,11 N, come si potrebbe calcolarlo?
La saluto e La ringrazio tantissimo, Francesca


Gent. ma Francesca,
Supponiamo, per semplicità, che il cilindro sia disposto orizzontalmente e che pertanto non intervenga la forza-peso, per evitare di riconsiderare un quesito precedente.
Cessata l'azione della forza costante, il gas, dopo essere stato compresso alla pressione costante pc = 1,1111 x 105 N/mq , con un volume finale di 1829 cmc, si espande adiabaticamente fino a quando la sua pressione non ridiventi uguale alla pressione esterna (pressione atmosferica) pa.
Il lavoro positivo di espansione compiuto dal gas sul pistone, (a spese della sua energia interna), Lp1 = (pf1Vf1 - pi1Vi1)/(1 - g ), da pi1 = 1,1111 x 105 N/mq, Vi1 = 0,001829 mc = 1829 cmc, a Vf1 (da calcolare), pf1 = pa = 1 atm = 1,013 x 105, sommato al lavoro negativo Ln1 = - pa(Vf1 - Vi1 ) compiuto dalla forza paS, uguaglia, per il teorema lavoro-energia, l'energia cinetica K = (1/2) Mv2 acquisita dal pistone:
Lp1 + Ln1 = K.
K = (pf1Vf1 - pi1Vi1)/(1 - g ) - pa(Vf1 - Vi1 ) .
Calcolato il volume finale Vf1 = Vi1(pi1/pf1)1/g = 1829 x (1,1111 x 105/1,013 x 105)0,7142 = 1953 cmc.
, si ottiene: K = (1,013 x 105x 0,001953 - 1,1111 x 105 x 0,001829)/(1 - 1,4) - 1,013 x 105(0,001953 - 0,001829) = (197,83 - 203,22)/(-0,4) - 12,561 = 0,909 J.
A questo punto bisogna considerare che, a partire dall'istante in cui la pressione p del gas uguaglia quella atmosferica (pa), il gas continua ad espandersi adiabaticamente effettuando il lavoro Lp2 a spese della sua energia interna, contro la forza costante pa, mentre l'energia cinetica K acquisita dal pistone si converte in lavoro resistente fatto contro la forza paS. Si consideri che la forza risultante pS - pa S, agente sul pistone e diretta verso la base del cilindro (essendo pS minore di pa), aumenta a mano a mano che il volume aumenta e la pressione p diminuisce.
Pertanto, indicando con pi2 = pa la pressione iniziale, con Vi2 = Vf1 = 1953 cmc il volume iniziale, e con pf2 e Vf2 rispettivamente la pressione finale ed il volume finale (nel punto di arresto), applicando il teorema lavoro-energia, si ha:
pa(Vf2 - Vi2 ) (lavoro fatto contro la forza paS ) = K + Lp2 = K (energia cinetica acquisita dal pistone e che si converte in lavoro contro la forza paS) + (pf2Vf2 - pi2Vi2)/(1 - g ) (lavoro positivo di espansione compiuto dal gas contro la forza paS.
pa(Vf2 - Vi2 )(1- g) = K(1- g) + pf2Vf2 - pi2Vi2.
Per ottenere pf2 e Vf2 bisogna risolvere numericamente o graficamente (con una calcolatrice con display grafico) il seguente sistema:
1) pf2 = [pa(Vf2 - Vi2 )(1- g) - K(1- g) + pi2Vi2]/Vf2;
2) pf2 = pi2 ( Vi2 /Vf2)g ;
1) pf2 = [1,013 x 105 Vf2(-0,4) + 1,013 x 105 x 1,953 x 10-3 (0,4) + 1,013 x 105 x 1,953 x 10-3 + 0,909(0,4)]/Vf2 ;
2) pf2 = 1,013 x 105 (1,953 x 10-3)1,4/Vf21,4 = 16,315/Vf21,4
1) pf2 = (-4,052 x 104 Vf2 + 277,338)/Vf2 = = 277,338/Vf2 - 40520.
Rappresentate sul display le curve 1) e 2) , sono state lette le coordinate del loro punto d'intersezione, corrispondenti alla soluzione del sistema:Vf2 = 0,002404 mc = 2404 cmc e pf2 = 74832,97 N/mq.
Indicando con do = volume dopo la compressione isobarica/S = 1829/S = 1829/100 = 18,29 cm. la distanza iniziale del pistone dalla base del cilindro, con d1 = Vf1/S = 1953/100 = 19,53 cm. e con d2 = Vf2/S = 2404/100 = 24,04 cm. rispettivamente il volume finale della prima espansione adiabatica ed il volume finale della seconda espansione adiabatica, si ottiene lo spostamento del pistone fino all'arresto sommando allo spostamento d1 - do = 19,53 - 18,29 = 1,24 cm, relativo alla prima espansione, lo spostamento d2 - d1 = 24,04 - 19,53 = 4,51 cm. . Pertanto lo spostamento totale del pistone è dT = (1,24 +4,51) cm. = 5,75 cm.
Se la pressione esterna pa fosse idealmente nulla, il pistone acquisirebbe l'energia cinetica
K = ( - pi1Vi1)/(1 - g ) = -1,1111 x 105 x 0,001829)/(1 - 1,4) = (- 203,22)/(-0,4) = 508,05 J , con una velocità finale pari a sqrt(2 x 508,5 /10) = 10,0846 m/s, che, in assenza di attriti ed in virtù del principio d'inerzia, si manterrebbe costante, con uno spostamento idealmente infinito.
Con pa diversa da zero, lo spostamento del pistone è tanto maggiore quanto minore è pa.
Il valore medio della forza agente sul pistone si calcola nel modo seguente:
= [1/(d2 - d0)] integrale (da d0 = Vi1/S a d2 = Vi1/S ) di F(x) dx = [1/(d2 - d0)] integrale (da d0 a d2) di p(x) S dx = [1/(d2 - d0)] integrale (da d0 a d2) di [pi1(Vi1/V(x))g S - paS] = {[pi1S d0g]/[(1 - g)(d2 - d0)]}[d21 - g - d01 - g] - paS = [1,1111 x 105 x 0,01 x 0,0018291,4/(-0,4 x (0,2404-0,1829))] x[0,2404 -0,4 - 0,1829 -0,4] - 1,013 x 105 x 0,01 = [0,163249/(-0,023) ] x (1,7685-1,9729) - 1013 = (-7,097) x (- 0,2044) - 1013 = (1,45 - 1013) N = -1011,55 N.
. Tanti cordiali saluti.

Egregio prof.re,
tanto per approfondire argomenti di termodinamica, La prego di esaminare il seguente caso:
una forza di intensità costante di 250 N spinge un pistone della sezione di 80 cmq in un cilindro contenente aria a pressione atmosferica. Il volume iniziale è di 32400 cmc e la corsa che spazia il pistone è di 0,30 m. L'aria di seguito alla compressione raggiunge una certa pressione in un certo volume con una sua energia interna. Se tutto il gas viene fatto espandere in un altro cilindro di egual dimensioni rispetto a quello in azione, ed in cui il pistone si trova sul P.M.S., che valore avrà il lavoro che compirà il secondo cilindro a confronto del lavoro compiuto dalla forza di 250 N x 0,30 m? La saluto e le porgo i miei più sentiti ringraziamenti.
Francesca


Gent.ma Francesca,
Considerando che il gas , con volume iniziale Vi1 = 0,0324 mc = 32400 cmc, viene compresso isobaricamente alla pressione pc = pa + F/S = 1,013 x 10 5 + 250/0,008 = 101300 + 31250 = 132550 N/mq, si calcola in base all'equazione di stato pV = nRT, il prodotto nDT tra il numero n di moli di gas ed il decremento DT della temperatura per effetto della cessione all'ambiente di calore DQ (negativo) a pressione costante e del concomitante decremento dell'energia interna DU, dove DVi1 = - Sd = - 0,008 x 0,3 = - 2,4 x 10-3 mc = -2400 cmc: n DT = pDVi1/R = -132550 x 0,0024/8,31 = - 38,2815 moli x °K.
Il volume finale del gas compresso a pressione costante è Vf1 =Vi1 + DVi1 = 32400 - 2400 = 0,03 mc = 30000 cmc.
Applicando l'equazione della trasformazione adiabatica, con pi2 = pc = 132550 N/mq, Vi2 = Vf1 =30000 cmc e Vf2 = Vi2 + Vi1 = 30000 + 32400 = 62400 cmc, si ha:
pf2 (pressione al termine dell'espansione adiabatica) = pi2(Vi2/Vf2)g = 132550 x(30000/62400)1,4 = 132550 x 0,35868 = 47543 N/mq.
Il relativo lavoro di espansione è (pf2 Vf2 - pi2 Vi2 )/(1 - g) = (47543 x 0,0624 - 132550 x 0,03)/(1 - 1,4) = (2966,683 - 3976,5)(-0,4) = 1009,817/0,4 = 2524,54 J.
Essendo Cv = 4,96 x 4,18 = 20,7328 J/(mole °K) e Cp = 20,7328 + R = 20,7328 + 8,31 = 29,0428 J/(mole °K), si calcolano il decremento dell'energia interna relativo alla compressione isobarica, DU = Cv (nDT) = - 20,7328 x 38,2815 J = -793,682 J ed il calore trasferito all'ambiente durante la compressione isobarica DQ = Cp(nDT) = - 29,0428 x 38,2815 = -1111,8 J. In base al primo principio della termodinamica il lavoro effettuato dalla forza F e dalla forza paS esercitata dalla pressione atmosferica è L = DQ - DU = 1111,8 J - 793,682 J = 318,11 J , mentre il lavoro compiuto dalla sola forza F è L(F) = F d = 250 x 0,3 = 75 J, molto minore del lavoro reso dal sistema durante l'espansione adiabatica (2524,54 J). Come al solito, questa notevole differenza dipende dal fatto che il lavoro di espansione durante la trasformazione adiabatica viene effettuato a spese dell'energia interna del gas, che equivale, dal punto di vista microscopico, alla somma delle energie cinetiche molecolari.
La maggior parte del lavoro di compressione (243,11 J = 318,11 J - 75 J) è effettuata dalla pressione atmosferica pa.
Altra soluzione
Applicando l'equazione di stato e supponendo che sia, per es., n = 1,15 il numero di moli di gas, si determina la temperatura iniziale dell'aria all'inizio della compressione isobarica):
Ti1 = pi Vi1/(nR) = 132550 x 0,0324/(1,15 x 8,31) = 449,39 °K (176,39 °C).
Si calcola l'abbassamento della temperatura dell'aria per effetto del calore ceduto all'ambiente e della concomitante diminuzione di energia interna, al termine della compressione isobarica alla pressione pi = 132550 N/mq :DT = pDV/(nR) = -132550 x 0,0024/(1,15 x 8,31) = -33,288 °K.
Pertanto la temperatura al termine della compressione isobarica è Tf1 = Ti1 + DT = 449,39 - 33,288 = 416,1 °K (143,1 °C).
Di conseguenza, la temperatura all'inizio dell'espansione adiabatica è Ti2 = Tf1 = 416,1 °K.
Applicando l'equazione della trasformazione adiabatica, si ha:
Tf2 = Ti2(Vi2/Vf2)g - 1 = 416,1 x ((30000/62400)1,4 -1 = 416,1 x 0,48076 0,4 = 416,1 x 0,746 = 310,4 °K (37,4 °C).
Il lavoro compiuto dal gas durante l' espansione è pari al decremento, cambiato di segno, della sua energia interna:
L = - DU = - n Cv (Tf2 - Ti2) = - 1,15 x 20,7328 x (310,4 - 416,1) = 23,842 x 105,7 = 2520 J , valore che differisce dello 0,179 % da quello ottenuto considerando pressioni e volumi.
Tanti cordiali saluti

Egregio prof.re,
Le dovrei rivolgere una domanda apparentemente semplice:
- in che percentuale si potrebbe riottenere il lavoro speso per comprimere un gas, naturalmente eseguito da una forza che effettua una determinata corsa, senza tenere conto degli eventuali attriti?
La saluto e La ringrazio tantissimo
Francesca


Gent.ma Francesca,
Se si considera la compressione adiabatica di un gas, ottenuta impiegando un pistone costituito da un materiale termoisolante, scorrevole senza attriti in un cilindro fatto anch'esso di materiale termoisolante, essendo idealmente nulla la quantità di calore ceduta all'ambiente, per il primo principio della termodinamica il lavoro L compiuto da una forza F , crescente al decrescere del volume del gas (altrimenti la compressione sarebbe isobarica e bisognerebbe fare cedere calore al gas per realizzarla, dopo avere eliminato il termoisolamento) ed agente sul pistone lungo la corsa s, si converte integralmente in incremento DU dell'energia interna del gas, che a sua volta, cessata l'azione della forza, si riconverte integralmente in lavoro di espansione.
In particolare, essendo negativo il lavoro L = - integrale [F(s) ds], compiuto dal gas sul pistone (lavoro uguale e contrario a quello effettuato dal pistone sul gas) si ha: L = - DU = - (Ufinale - Uiniziale) = - Cv (Tfinale - Tiniziale). Si deduce che al termine della compressione adiabatica l'energia interna U aumenta di - L e la temperatura assoluta T aumenta in modo direttamente proporzionale all'aumento di U. Pertanto, cessata l'azione di F e lasciando espandere successivamente il gas, sempre in condizioni di termoisolamento e purchè l'espansione avvenga tra gli stessi valori delle variabili termodinamiche p,V e T, si riottiene al 100% il lavoro meccanico effettuato per comprimerlo.
Ovviamente il lavoro effettuato, sia esso positivo o negativo, può essere calcolato sia con la formula
L =(pfVf - piVi)/(1 - g), sia attraverso la variazione di energia interna cambiata di segno:
L = -DU = - (Uf - Ui) = - Cv(Tf - Ti).
Esempio : Se il lavoro compiuto per comprimere aria , con temperatura iniziale Ti = 300 °K (27 °C) e calore specifico molare a volume costante Cv = 20,732 J/(mole °K), è Lp = 500 J , il lavoro di compressione Ln subito dal gas è pari a - 500 J, mentre è di 500 J l'incremento DU dell' energia interna , con una temperatura finale Tf = Ti + DU/Cv = 300 + 500/20,732 = (300 + 24,117) °K = 324,117 °K ( 51,117 °C). Pertanto, con un isolamento termico perfetto (ideale),il lavoro positivo compiuto dal gas nella successiva espansione adiabatica, essendo ottenuto a spese della diminuzione dell'energia interna (-500 J) , è Lp' = - (DU) J = - (-500 J) = 500 J, con un decremento di temperatura di 24 °K.
In queste condizioni ideali il sistema cilindro-pistone-gas si comporta analogamente ad un sistema elastico (massa-molla) , le cui variazioni di energia potenziale elastica (1/2) kx2 uguagliano il lavoro compiuto o subito per effetto di uno spostamento Dx rispetto alla posizione di equilibrio xo.
Tanti cordiali saluti

Egregio professore,
 a ) in un circuito in corrente alternata , mentre mi è facile comprendere perché un induttore fa sì che la corrente sia in ritardo rispetto alla tensione ( ovvio, visto che la corrente indotta contrasta la corrente originaria ), non mi riesce invece di capire perché un condensatore , che  comunque è un ostacolo alla corrente ( infatti vi è una reattanza capacitiva , dipendente dalla frequenza della c.a.) , possa far sì che la corrente sia in anticipo rispetto alla tensione.
Si dimostra matematicamente, per logica dev' essere così, perché condensatori e induttori hanno comportamenti antagonisti, ma a livello intuitivo non lo immagino .
Che forse le armature "attirano" gli elettroni più velocemente rispetto al loro normale flusso nella tensione ?
 b ) Non capisco poi , perché nei grafici che illustrano l'andamento di tensione e corrente rispetto al tempo, la tensione ovviamente parte da zero e quello della corrente, sia che nel circuito ci siano induttori che condensatori, no. Ma al tempo zero , non dev'essere zero tutto e quindi partire tutti dall' origine degl' assi ?
 Grazie . Francesco. Frattamaggiore ( Na )


Gent.mo Francesco,
a) Un condensatore caricato con un generatore di tensione continua (per es. una batteria con f.e.m. E e resistenza interna Ri), essendo nulla la tensione tra le armature all'istante t = 0 (di chiusura dell'interruttore del circuito di carica), si comporta a tutti gli effetti come un cortocircuito; di conseguenza all'istante t = 0
l' intensità di corrente I nel circuito di carica, cioè nei conduttori che collegano il condensatore ai poli del generatore, è limitata soltanto dalla resistenza interna Ri della batteria, e vale I (t = 0) = E/Ri (legge di Ohm). Considerando che la tensione V (t) = Q(t)/C tra le armature del condensatore va gradatamente aumentando a mano a mano che su di esse si accumulano le cariche elettriche opposte +Q(t) e - Q(t), si comprende come l'intensità di corrente di carica I(t) (decrescente in funzione del tempo con legge esponenziale) sia la causa dell'accumularsi delle cariche sulle armature e quindi anche dell' aumento della tensione tra le stesse. Essendo la corrente di carica la causa dell'aumento della tensione, si deduce che gli andamenti variabili della tensione tra le armature, prodotti da una tensione di alimentazione non più continua ma alternata, debbano seguire come effetti gli andamenti variabili della corrente di carica e di scarica: un andamento crescente della corrente di carica è seguito con un certo ritardo (da 0 a 1/4 di periodo a seconda dei valori della resistenza e della capacità inserite nel circuito) da un andamento crescente della tensione, mentre un successivo andamento decrescente della corrente è seguito, con un ritardo uguale a quello dell'andamento crescente, da un andamento decrescente della tensione. In regime sinusoidale permanente (in corrente alternata), si dimostra che la sinusoide della corrente è in anticipo (da 0 a 1/4 di periodo) rispetto alla sinusoide della tensione tra le armature.
Nell'induttore (L) invece, essendo la f.e.m. autoindotta la causa dell'andamento, crescente o decrescente, della corrente, è la sinusoide della corrente ad essere sfasata in ritardo (da 0 a 1/4 di periodo in funzione dei valori di R ed L) rispetto alla sinusoide della tensione. L'inserimento di induttori e condensatori in un circuito in corrente alternata fa sì che l'anticipo della corrente rispetto alla tensione prodotto dai condensatori , sia compensato parzialmente o totalmente (nella particolare condizione di risonanza) dal ritardo della corrente rispetto alla tensione prodotto dagli induttori. Si dice anche che, mentre l'induttore tende ad opporsi alle variazioni dell'intensità di corrente, il condensatore tende ad opporsi alle variazioni di tensione: quanto maggiori sono rispettivamente i valori di L e C, tanto minori sono rispettivamente le variazioni dell'intensità di corrente DI = DV/(6,28 f L) per una data variazione di tensione e le variazioni della tensione tra le armature, per una data variazione di intensità di corrente DV = DI/(6,28 f C), per una data frequenza f della corrente alternata.
b) Considerando per semplicità i soli casi di circuiti induttivi-resistivi e capacitivi-induttivi in fase transitoria, si nota come nel circuito induttivo-resistivo, l'annullamento iniziale dell'intensità di corrente sia dovuto al fatto che la f.e.m. autoindotta all'istante t = 0 equilibra esattamente la f.e.m. del generatore di tensione continua e come invece, nel circuito capacitivo-induttivo, se il condensatore è inizialmente scarico, sia nulla la tensione tra le armature per l'assenza iniziale di cariche sulle stesse, mentre l'intensità di corrente iniziale è massima per il fatto che il condensatore si comporta come un cortocircuito.
Se invece si considera un circuito costituito da un generatore di tensione continua con f.e.m. E, da un condensatore C, da un induttore L e da un piccolo resistore R minore di sqrt(4L/C) (resistenza critica), chiuso il circuito, il condensatore raggiunge la tensione finale di carica (E) dopo una serie di oscillazioni sinusoidali smorzate che, partendo da valori iniziali nulli , V(0) e I(0), interessano sia la tensione V(t) ai capi del condensatore, sia l'intensità di corrente I(t).
Infatti, essendo molto contenuta la dissipazione di potenza nella piccola resistenza R (per effetto Joule), si verificano periodiche conversioni dell' energia elettrostatica (1/2)CV2 immagazzinata nel condensatore in energia magnetica (1/2)LI2 immagazzinata nell'induttore, e viceversa,in modo analogo a quanto si verifica in meccanica durante le oscillazioni di un ammortizzatore a molla, nel quale l'energia elastica della molla si converte in energia cinetica, e viceversa.
Le oscillazioni smorzate (con ampiezza decrescente con legge esponenziale) che si osservano nel predetto circuito RLC, con R minore della resistenza critica,si osservano anche durante la scarica del condensatore (scarica oscillante), quando cioè,caricato il condensatore ed eliminato il generatore di tensione continua, la chiusura del circuito determina il passaggio di una corrente sinusoidale oscillante di scarica, inizialmente nulla, ed il decremento, anch'esso oscillante, della tensione ai capi del condensatore, con tensione iniziale V(0) = E, fino alla scarica completa del condensatore. Le correnti e le tensioni oscillanti ad alta frequenza generate da un circuito oscillante RLC servirono ad Heinrich Hertz per sperimentare la propagazione delle onde elettromagnetiche a breve distanza (all'interno del laboratorio), ed a Guglielmo Marconi per la realizzazione del primo sistema radiotelegrafico basato sulla propagazione delle onde elettromagnetiche a grande distanza.
Attualmente tutte le correnti e tensioni oscillanti necessarie nei sistemi di telecomunicazioni (radio, televisivi, satellitari e cellulari) si generano con dispositivi microelettronici a semiconduttori (transistor e circuiti integrati) inseriti in minicircuiti oscillanti RLC, costituiti dall'induttanza L di alcune piccole spire di filo di rame (radio FM), o da quella di una piccolissima pista di rame di una scheda miniaturizzata a circuito stampato (televisori e telefoni cellulari),e da un diodo a semiconduttore a capacità variabile (varicap),che costituisce il condensatore di accordo (di sintonia) alla frequenza di lavoro ed il cui funzionamento è gestito automaticamente dal microprocessore del sistema di selezione dei canali.
Le tecnologie si evolvono, ma i principi di funzionamento sono sempre gli stessi: il vecchio si riveste di nuovo e rivive nel nuovo, anche se spesso, soprattutto le giovani generazioni, non si rendono conto di questo, non riconoscendo nelle varie tecnologie avanzate gli immutabili principi delle scienze fisiche e confondendo, spesso,le prime con le seconde, per carenza di formazione scientifica, soprattutto da ascrivere alla vetustà ed all'obsolescenza dell'insegnamento delle scienze,in particolare della fisica, nella scuola italiana, eccezioni a parte. Si consideri, per esempio, che nei licei classici e scientifici, sulla base della vecchia composizione delle cattedre, risalente al 1924, si mantengono tuttora accorpate le cattedre di matematica e fisica, senza voler comprendere che la fisica deve essere insegnata da laureati in fisica,sia per per la forma mentis tipica dei fisici, sia per le specifiche ed innovative metodologie teorico-sperimentali che attualmente sono indispensabili per motivare ed entusiasmare i giovani allo studio della fisica.
E' indispensabile ed urgente la separazione dei due insegnamenti.
Si pensi infatti che generalmente, tranne lodevoli eccezioni, i programmi di fisica nelle scuole medie superiori vengono svolti molto limitatamente, non considerando, per esempio la fisica quantistica che è fondamentale per la comprensione dei principi di funzionamento di tutti gli attuali dispositivi e sistemi tecnologici avanzati (memorie elettroniche,laser, computer, telefoni cellulari e satellitari), e soprattutto dei dispositivi e sistemi nanotecnologici, (natotubi, cristalli fotonici, materiali nanostrutturati) oggetto di ricerche avanzatissime nei laboratori mondiali all'avanguardia nella progettazione del futuro dei prossimi 50 anni. E poi ci si lamenta del fatto che in Italia c'è la crisi delle iscrizioni alle facoltà scientifiche dure. Bella scoperta!!!
Finchè i politici continueranno a fare i miopi e non vorranno capire che investire in cultura significa investire in tempi lunghi in ricerca e sviluppo per realizzare brevetti e quindi ricchezza, la situazione non cambierà e saremo destinati ad un declino irreversibile.
Tanti cordiali saluti

 

Egregio prof.re,
gentilmente mi potrebbe sciogliere un dubbio sul lavoro derivante da un fenomeno di termodinamica che esporrò ?:
una forza costante di 18 N preme su un pistone della superficie di 0,001 mq in un cilindro lungo 0,1 m contenente aria alla temperatura di 15 °C, compiendo uno spostamento di 0,05 m.
Alla fine della corsa si raggiunge una pressione finale di 119.300 N/mq.
Il lavoro compiuto dalla forza sul gas è:
L = F x s  = ((18 +(101300x0,001)x 0,1 ))= 11,93 J, mentre, nel caso in cui si voglia fare agire l'aria compresso sul pistone per farlo tornare nella posizione iniziale, si dovrà considerare che la pressione max è di 119300N/mq e, durante l'espansione si abbasserà fino a raggiungere la quota zero iniziale di partenza.
Perciò, la pressione da considerare dovrà essere quella media ovvero:
Pm = 119300 + 0/2 = 59650 N/mq ed il lavoro svolto sarà:
L = (Pm x A) x s = (59650 x 0,001) x 0,1 = 5,965 J , valore che è esattamente la metà di quello eseguito dalla forza di 18 N.
La perplessità che perviene é: l'altra metà del lavoro in che modo si è dissipato?
La saluto e La ringrazio tantissimo.
Francesca


Gent.ma Francesca,
Le consiglio di rileggere la risposta data in precedenza ad un quesito analogo, relativo ad un gas compresso a pressione costante. Se si richiede che il volume del gas diminuisca mantenendo costante la pressione, poichè viene effettuato sul gas il lavoro L (ed il gas esegue un lavoro - L) e si richiede che la trasformazione sia isobarica, per il primo principio della termodinamica il lavoro - L, sommato alla variazione (diminuzione) di energia interna DU (prodotta dal raffreddamento del gas a pressione costante), deve essere uguale alla quantità di calore -DQ ceduta dal gas, a pressione costante, all'ambiente:
- L + DU = - DQ;
Il lavoro negativo compiuto dal gas (L = pDV) per effetto dell'abbassamento di 0,05 m del pistone è :
L = -((18 +(101300x0,001)x 0,05 ))= - 5,965 J ed è pari (per 1 mole di gas, n = 1) a nR DT; pertanto la temperatura del gas si abbassa da (15 + 273) °K = 288 °K a (288 + DT)°K = (288 - 5,965/(nR))°K = (288 - 5,965/8,31)°K = (288 - 0,7178) °K = 287,282 °K (14,282 °C), con una diminuzione di energia interna DU = Cv(DT) = 20,7320 x (- 0,7178) = -14,881 J ed una quantità di calore ceduta - DQ = Cp(DT) = 29,0420 x (-0,7178) = - 20,846 J.
- L + DU = - DQ;
- 5,965 - 14,881 = - 20,846 J.
Pertanto il lavoro compiuto sul gas , L = 5,965 J, si converte in calore, e sommato al valore assoluto (14,881 J) della variazione di energia interna , fornisce la quantità di calore di 20,846 J ceduta all'ambiente durante il raffreddamento isobarico.
Se la trasformazione successiva è un'espansione adiabatica da pi = 119300 N/mq, Vi = 0,00005 mc a Vf = 0,0001 mc, con pf = pi (Vi/ Vf) g = 119300 x ( 0,00005/0,0001)1,4 = 45206 N/mq, si ottiene il lavoro
L = ( pf Vf - pi Vi)/(1 - g) = (45206 x 0,0001 - 119300 x 0,00005)/(-0,4) = (4,5206 - 5,965)(-0,4) = 3,611 J . Questo lavoro si ottiene dalla diminuzione di energia interna e dipende soltanto, fissati i valori iniziali di pressione e volume, dai valori finali delle medesime grandezze.
Non ha senso considerare il valore medio della pressione nel calcolo del lavoro, dal momento che si può ottenere esattamente il lavoro di espansione con la predetta formula.
Tanti cordiali saluti.

Egregio prof.re,
l'argomento in questione da capire è la seguente:
se una forza costante spinge una molla elastica per un spazio xo metri, la stessa si carica di una energia potenziale Ep = (1/2) k xo2. Nel contempo se consideriamo che la forza F si è spostata di pari metri rispetto alla molla, i valori delle due energie dovrebbero essere uguali, invece l'uno è il doppio dell'altro. Mi potrebbe spiegare questa differenza possibilmente con un esempio numerico?
La saluto e La ringrazio tantissimo.
Francesca


Gent.ma Francesca,
Se, prescindendo, per semplicità, dalle forze di attrito,si applica ad un sistema massa-molla,sollecitato da una forza F, il teorema lavoro-energia, si esprime l'uguaglianza tra il lavoro compiuto dalla forza risultante F - kx (forza esterna - forza elastica), in relazione all'elongazione x della molla (spostamento rispetto alla posizione di equilibrio), e la variazione DKc dell' energia cinetica Kc associata alla massa M del sistema (massa della molla + massa applicata alla molla):
integrale (esteso da 0 a x) di (F - kx) dx = integrale (esteso da 0 a v) di Mvdv = (1/2)Mv2.
Bisogna a questo punto considerare due casi:
1) forza applicata F = kx con intensità direttamente proporzionale all'elongazione x determinata dalla forza F.
In questo caso DKc = 0; infatti, poichè la forza applicata equilibra istante per istante la forza elastica, la forza risultante è nulla ed è nulla (in pratica trascurabile) la variazione di energia cinetica del sistema. In questo caso il lavoro positivo compiuto dalla forza applicata è uguale e contrario a quello compiuto dalla forza elastica ed è pari all'incremento (1/2)kx2 dell' energia potenziale elastica.
2) Se la forza applicata è costante e se,in particolare, come nell'esempio proposto, ha un'intensità costante F = kxo, il teorema lavoro-energia fornisce la seguente equazione:
integrale (esteso da 0 a xo) di (kxo - kx) dx = kxo2 - kxo2/2 = kxo2/2 = DKc. Pertanto il lavoro compiuto dalla forza F serve per il 50% ad incrementare l'energia potenziale elastica Ep = (1/2) k xo2 e per l'altro 50% ad incrementare l'energia cinetica Kc.
3) Forza costante F = kxo/2.
In questo caso si ha:
integrale (esteso da 0 a xo) di (kxo/2 - kx) dx = kxo2/2 - kxo2/2 = 0.
In questo caso non si ha variazione di energia cinetica e tutto il lavoro compiuto da F va ad incrementare l'energia potenziale elastica.
Esempio numerico relativo al secondo caso
xo = 0,2 m;
k = 500 N/m;
F = kxo= 500 x 0,2 = 100 N.
integrale (esteso da 0 a 0,2 m.) di (kxo - kx) dx = 500 x 0,22 - (500/2) x 0,2 2 = 20 J - 10 J = 10 J. L'incremento di energia cinetica è di 10 J ed è pari a quello dell'energia potenziale.
Esempio numerico relativo al terzo caso
xo = 0,2 m;
k = 500 N/m;
F = kxo/2= 500 x 0,2/2 = 50 N.
integrale (esteso da 0 a 0,2 m.) di (kxo/2 - kx) dx = 500 x 0,22/2 - (500/2) x 0,2 2 = 10 J - 10 J = 0. L'incremento di energia cinetica è nullo, mentre l'energia potenziale elastica aumenta di 10 J, cioè di una quantità pari al lavoro compiuto dalla forza F.
In questo caso, nell'intervallo da x = 0 a x = 0,1 m la forza elastica aumenta da 0 a 500 x 0,1 N = 50 N, fino ad equilibrare la forza costante di 50 N, con un incremento di energia cinetica di 2,5 J ed un incremento di energia potenziale di (500/2) x 0,12 J = 2,5 J (da 0 a 2,5 J).
Nell' intervallo da x = 0,1 m a x = 0,2 m. la forza elastica aumenta da 50 N a 500 x 0,2 N = 100 N. Pertanto, essendo la forza elastica più intensa della forza costante applicata, l'energia cinetica diminuisce da 2,5 J a 0, compensando l'aumento relativo all'intervallo precedente, mentre l'energia potenziale aumenta da 2,5 J a (500/2) x 0,22 = 10 J, con un incremento di 7,5 J.
Tanti cordiali saluti

Egregio professore,
 vorrei un chiarimento sul concetto di caduta di tensione. Infatti quando c'è una resistenza , a me sembra una caduta d' intensità , più che di tensione.
D' altronde, stando alla prima legge di Ohm (I = V/R), se all'aumentare della resistenza R diminuisce l'intensità di corrente I, dovrebbe rimanere uguale la tensione V; basta vedere una lampadina in un circuito che, ovviamente, diventa meno luminosa se si aggiunge un resistore R' collegato in serie con essa, pur con la stessa ddp V ai capi del circuito, cioè I' = V/(R +R') < I. Oppure se diminuiscono contemporaneamente tensione e intensità, la resistenza dovrebbe restare immutata, in quanto rimane costante il rapporto V/I = R . In altre parole con una resistenza gli elettroni trovano un ostacolo , ma che succede ? Ne passano di meno e quindi diminuisce l'intensità ? Possono compiere meno lavoro e quindi diminuisce la tensione ? E soprattutto mi chiedo , se c' è caduta di tensione solo ai capi di una resistenza, mentre ai capi del circuito la differenza di potenziale non può variare, ai capi della resistenza c'è caduta di tensione e nel resto del circuito cosa c' è , caduta d'intensità ?
E quando si accende un qualsiasi apparecchio ( un autoclave , una pompa o altro ) e vi è quell' abbassa -
mento di luminosità per un attimo, che caduta è quella ?
 Grazie . Francesco. Frattamaggiore ( Na )


Gent. mo Francesco,
Utilizzando un'analogia idraulica, consideriamo una pompa che prelevi acqua da un serbatoio immettendola alla pressione P1 e con portata (volumetrica) Q (in mc/s) in un tubo con sezione circolare e lunghezza L , che offra una resistenza idrodinamica R = (P1 - P2)/Q , definita dal rapporto (costante entro un certo limite di velocità del fluido, cioè finchè il moto non diventi vorticoso) tra la differenza di pressione P1 - P2 agli estremi del tubo e la portata Q.
Consideriamo inoltre un circuito elettrico formato da un generatore di tensione continua (o alternata) con resistenza interna Ri trascurabile e f.e.m. E (tensione tra i poli a circuito aperto) , collegato ad un resistore R costituito da una spirale di filo resistente (lega di nichel-cromo impiegata per realizzare gli elementi radianti delle stufette elettriche). Se indichiamo con I = E/R l'intensità di corrente nel circuito, possiamo dire che la differenza di pressione P1 - P2 sta alla differenza di potenziale elettrico E (tensione) agli estremi della spirale resistiva (e quindi anche tra i poli del generatore) come la portata Q sta all'intensità di corrente I . Come all'interno del tubo di lunghezza L l' acqua fluisce incontrando un ostacolo (resistenza idrodinamica) che è tanto maggiore quanto maggiori sono la lunghezza L e la viscosità del liquido e quanto minore è il quadrato della sezione del tubo, così gli elettroni, spostandosi attraverso il reticolo cristallino del metallo del resistore, incontrano, per effetto dei continui urti con gli ioni del metallo, un ostacolo (resistenza elettrica) che (per la seconda legge di Ohm) è tanto maggiore quanto maggiori sono la lunghezza e la resistenza specifica (resistività) del metallo e quanto minore è la sezione del conduttore.
Come in un circuito idraulico, a parità di differenza di pressione applicata agli estremi, la portata è inversamente proporzionale alla resistenza idrodinamica del tubo, così in un circuito elettrico l'intensità di corrente, a parità di tensione agli estremi del circuito, è inversamente proporzionale alla resistenza elettrica.
Per quanto concerne la caduta di tensione (non si parla mai di caduta d'intensità ) in un circuito elettrico , analoga alla caduta di pressione in un circuito idraulico, si pensi di collegare il morsetto negativo di un voltmetro al polo negativo di una batteria collegata alla predetta spirale di nichel-cromo e di spostare con continuità dal polo positivo verso il polo negativo un contatto strisciante collegato al morsetto positivo del voltmetro: il voltmetro fornisce un valore di tensione che diminuisce con continuità da V a 0, essendo V la tensione misurata ai poli della batteria. Si osserva che la tensione “cade” con continuità da V a 0. Analogamente, nel circuito idraulico diversi manometri inseriti lungo il tubo,ad intervalli uguali, consentono di rilevare una pressione che decresce con continuità lungo il tubo da un valore massimo in prossimità dell'uscita (mandata) della pompa ad un valore minimo all'altro estremo del tubo.
Il momentaneo calo di tensione (quindi di luminosità delle lampade) che si osserva quando si inserisce un carico di notevole potenza, si spiega con la caduta di tensione (prodotto dell'intensità di corrente per la resistenza a monte del punto considerato, quindi proporzionale all'intensità di corrente richiesta dal carico) che si verifica sia a causa della resistenza interna del generatore (in pratica molto piccola nel caso della rete di distribuzione) sia soprattutto a causa della caduta di tensione relativa alla resistenza ohmica dei conduttori della linea di alimentazione del carico, caduta che è tanto minore quanto maggiore è la sezione dei cavi e quindi quanto minore è la loro resistenza.
Tanti cordiali saluti

 

Egregio professore,
 riguardo la domanda precedente sulla caduta di tensione, tutto chiaro, compreso il paragone idraulico, però non era quel che che chiedevo ( o forse non l' ho compreso io ) . Faccio un esempio : se ho un circuito alimentato con 200 V e una resistenza di 20 ohm , l'intensità sarà di 10 A. Se inserisco una resistenza ciinque volte maggiore , quindi 100 ohm , in base alla prima legge di Ohm, l' intensità sarà 2 A ( 200/100=2; ecco perché a me sembrava una caduta d'intensità ). Assodato che la resistenza provoca caduta di tensione V , se vogliamo rispettare la legge V= I R , la tensione diventerà 40 V e I diventerà 0,40 A
(la caduta d' intensità è molto più di cinque volte ).
 Quindi :
a ) sarà 200/2=100 ohm,  oppure 40/0,40=100 ohm ? Cioè quintuplicando la resistenza, gioco forza, o la tensione, o l'intensità, deve diventare la quinta parte . Quale delle due ? E' questo che non capisco . E poi negli esercizi vedo che si segue sempre la prima strada e cioè variare l' intensità con la resistenza, mentre la ddp rimane uguale.
D' altra parte se un generatore eroga corrente con ddp costante , non può cambiare la ddp tra i capi del circuito e allora bisogna seguire la prima strada.
 b ) Come Lei diceva, con un voltometro si può vedere che la tensione diminuisce lungo il circuito  ( ma quando va completamente a zero ?) ; ma gli effetti della resistenza non si propagano uniformemente per tutto il circuito ? La resistenza su dove, e quanta parte del circuito, ha potere di provocare caduta di tensione ? Se la fa diminuire in qualche punto,  fa aumentare la tensione in  un altro ? Anzi, rimanendo nel paragone idraulico, si può vedere che una strozzatura diminuisce il flusso nelle sue vicinanze, e anche in tutto il percorso, ma anche qui come va inteso ? Una diminuzione di portata ( intensità  ) o di pressione ( ddp ) ? Parziale o totale, in tutto il tubo ?
 c) E perché la diminuzione di luminosità , quando va un impianto in funzione, è solo iniziale,
se l' assorbimento da parte dello stesso è continuo ?
Grazie . Francesco. Frattamaggiore ( Na )


Gent. mo Francesco,
a) Si consideri che, dato un resistore con resistenza R, la legge di Ohm, scritta come R = V/I, esprime la legge di proporzionalità diretta tra la tensione V ai capi di R e l'intensità di corrente I che fluisce in essa, il che significa che valgono non soltanto entrambi i rapporti 200/2=100 ohm e 40/0,40=100 ohm, ma tutte le infinite coppie di valori di V e I tali che il rapporto V/I sia sempre pari a 100 ohm.
In altri termini, si può pensare di applicare ai capi di R = 100 ohm qualsiasi valore V di tensione (variabile indipendente) (compatibilmente con la massima potenza in W (watt) dissipabile da R in calore (dissipazione o wattaggio)) , di misurare con un amperometro, collegato in serie con R, l'intensità di corrente I (variabile dipendente), e di calcolare il rapporto V/I, che, entro i limiti degli errori di misura, coincide sempre con il valore di R.
In alternativa, collegando in serie con R un reostato (resistore variabile), si può imporre il passaggio in R di una data intensità di corrente I (variabile indipendente) (sempre compatibilmente con la dissipazione in W di R) , misurando con un voltmetro, collegato in parallelo (o in derivazione) con R, la tensione V (variabile dipendente) = RI (cioè la caduta di tensione V = RI) ai capi di R. Per tutti i valori dell'intensità di corrente imposta I, il rapporto V/I coincide, entro i limiti degli errori di misura, con il valore di R. Quindi la legge di Ohm può essere verificata sperimentalmente,sia fissando, a piacere, la tensione V ai capi R e misurando I, sia fissando , a piacere, l'intensità di corrente I e misurando la tensione V ai capi di R.
Nell' esempio in figura, supponendo che il reostato RDF = 1000 W sia stato regolato, a piacere, in modo che sia RDE = 600 W il valore resistivo compreso tra i punti D e E e che la batteria abbia resistenza interna trascurabile ed una f.e.m. (forza elettromotrice) E = 200 V, se l'intensità di corrente misurata dall'amperometro (con resistenza interna Ra trascurabile) è I = 0,3125 A e la tensione tra i punti B e C è VBC = 6,5 V, la resistenza RBC offerta dal reostato RAC = 40 W tra i punti B e C è RBC = VBC /I = 6,5/0,3125 = 20,8 W.
In alternativa, regolando a piacere RDE = 250 W,l'intensità di corrente nel circuito è I' = E/(RAC + RDE) = 200/(40 + 250) A = 200/290 A = 0,689655 A. Di conseguenza, poichè si misura tra i punti B e C una tensione VBC = RBC I' = 20,8 x 0,689655 V = 14,34482 V, applicando la legge di Ohm (RBC = VBC /I '= 14,34482/0,689655 W = 20,799 W) , si riottiene il valore RBC = 20,8 W.
Variando l'intensità di corrente I' con il reostato RDF, si otterranno valori diversi di VBC, ma il rapporto RBC tra VBC e I' coinciderà, entro i limiti degli errori sperimentali, con il valore di 20,8 W.
b) Spostando il cursore B del reostato RAC da B verso A, si può verificare che la tensione VBC aumenta da 6,5 V a 40 x 0,689655 = 27,5862 V, in quanto la caduta di tensione VAB diminuisce gradualmente da 6,5 a 0 e la tensione VBC coincide con VAC quando i punti A e B coincidono.
Viceversa, spostando il cursore B del reostato RAC da B verso C, si può verificare che la tensione VBC diminuisce da 6,5 V a 0 , in quanto la caduta di tensione VAB aumenta gradualmente da 6,5 a 40 x 0,689655 = 27,5862 V e la tensione VBC si annulla quando i punti B e C coincidono.
L'aumento di resistenza (elettrica, o idrodinamica, per es. per effetto di una strozzatura del tubo) in un punto qualsiasi del circuito elettrico (o idraulico), causa una diminuzione dell'intensità di corrente (o della portata) in tutti i punti del circuito. Infatti,se nel circuito in figura si collega in serie un ulteriore resistore R', l'intensità diminuisce in tutti i punti del circuito: I'' = E/(RAC + RDE + R') .
Si suppone che la batteria e la pompa mantengano alle estremità del circuito rispettivamente una tensione costante o una differenza di pressione costante, cioè che la loro resistenza interna (elettrica o idrodinamica) sia trascurabile.
c) Consideriamo questo esempio pratico: L'intensità luminosa dei fari di un'auto diminuisce temporaneamente quando viene avviato il motore. Infatti, poichè l'intensità della corrente assorbita dal motorino di avviamento allo spunto può raggiungere per qualche secondo il valore di oltre un centinaio di ampere, finchè il motore non si avvia, supponendo di avere una resistenza interna della batteria Ri = 0,015 W ed un'intensità di corrente massima Imax = 180 A, la tensione ai poli della batteria si abbassa dal valore nominale E = 12 V (f.e.m.) al valore V = E - Imax Ri = (12 - 180 x 0,015) V = (12 - 2,7) V = 9,3 V, con una caduta di tensione di 2,7 V all'interno della batteria. A motore avviato il motorino si disinserisce automaticamente e la tensione ai poli risale, dopo il sovraccarico, ad un valore tipico intorno a 14 V per effetto della corrente di carica erogata dall'alternatore.
Sovraccarichi temporanei analoghi si verificano in coincidenza con l'avviamento di motori elettrici sia in corrente continua che in corrente alternata (frigoriferi, autoclavi, ascensori, ecc...), in quanto nella fase di avviamento un motore con il rotore fermo o rotante a velocità inferiore a quella a regime, equivale quasi ad un cortocircuito di brevissima durata sulla linea di alimentazione.
Tanti cordiali saluti.

 

Egregio professore,
 A) vorrei che mi fosse spiegato che cos' è fisicamente la risonanza . Mi spiego : io la intuisco , intuisco che può essere, se do il colpetto giusto a un'altalena o a un pendolo che oscillano , ed essi aumentano la frequenza,  o anche se un' onda acustica coincide con la frequenza di un oggetto ( pare che addirittura lo possa rompere ) , intuisco la risonanza in un circuito RLC, ma fisicamente che cos'è ? L' energia giusta per originare un' onda che avrà  la stessa frequenza di quella in considerazione, o cosa ?
E che cos' è la frequenza di risonanza di un oggetto ? Il numero di vibrazioni al secondo se viene percosso ?
 B ) Riguardo all'ultimo punto della domanda precedente sul calo momentaneo di luminosità, capisco che quando il motorino di avviamento si disinserisce si ripristinano i valori iniziali della tensione, ma per gli altri impianti, che rimangono in funzione e non si disinseriscono, solo le variazioni nei loro motori provocano un maggior assorbimento ? Vale anche quando si spengono ? Perché la continuità, quando sono a regime, non lo provoca ?
Poi due curiosità :
 1) la lettera L che si usa per indicare l'induttanza da che deriva ? Ho visto che nessun termine inglese ( induttanza, bobina ) inizia con questa lettera !
 2 ) Ho aperto il filo di un trasformatore ( per procurarmi una fonte di ca a basso voltaggio ) di un telefono cordless e ho visto  che son quattro terminali, separati a due a due ( forse per questo si chiama doppino telefonico ?) .Che senso ha questa coppia, anziché un classico filo , con un positivo e un negativo ?
 Grazie . Francesco. Frattamaggiore ( Na )


Gent.mo Francesco,
A) La risonanza (meccanica, acustica, elettrica) è la massima ampiezza della risposta periodica (rispettivamente spostamento di una massa oscillante, ampiezza di un'onda sonora, tensione o intensità di corrente alternata) data da un sistema (rispettivamente meccanico, acustico, elettrico) per effetto di
un' eccitazione periodica (rispettivamente forza periodica, onda acustica, tensione o intensità di corrente alternata ) con frequenza pari alla frequenza caratteristica del sistema (frequenza di risonanza) e di ampiezza molto minore di quella della risposta che si ottiene.
In tutti e tre i casi, nella condizione di risonanza si verifica una completa conversione bidirezionale e periodica, rispettivamente: di energia potenziale gravitazionale (altalena) o elastica (sistema massa-molla, vedi sospensioni elastiche dei veicoli) in energia cinetica di una massa oscillante, di energia potenziale elastica del mezzo di propagazione (metallo, liquido o gas) in energia cinetica molecolare o di una corda (o membrana vibrante), e di energia potenziale elettrostatica immagazzinata nel campo elettrico di un condensatore carico in energia del campo magnetico di un'induttanza. Questa periodica conversione si verifica se la frequenza dell'eccitazione periodica coincide con una delle frequenze di risonanza del sistema (vedi frequenze armoniche di corde e canne d'organo o frequenze naturali di un ponte sollecitato dal vento) o con la frequenza di risonanza di un circuito elettrico LC (induttanza + condensatore, vedi circuito di sintonia di un radioricevitore o di un televisore) o con la frequenza di risonanza di un pendolo, di un'altalena o di un sistema massa-molla.
Ricorrendo ad un'analogia molto nota tra sistemi risonanti meccanici ed elettrici, si può dire che la massa M di un sistema meccanico sta all' induttanza L di un circuito risonante come la costante di forza elastica K di una molla sta all'inverso della capacità C: la frequenza di risonanza è fo = 1/[6,28 sqrt (M/K)] nel caso meccanico e fo = 1/[6,28 sqrt (LC)] nel caso elettrico. Se in un sistema meccanico non esistessero le forze d'attrito (sia radente che viscoso), l'ampiezza della risposta diventerebbe teoricamente infinita per f = fo e così anche,se in un sistema elettrico fossero nulle le perdite resistive (per effetto Joule), l'intensità di corrente o rispettivamente la tensione (a seconda che si trattasse di un circuito LC-serie (L in serie con C e con il generatore di tensione alternata) o LC-parallelo (L in parallelo con C e con il generatore di corrente alternata) , sarebbero teoricamente infinite. Fisicamente però l'ampiezza della risposta non può essere infinita, ma è tanto maggiore quanto maggiore è il cosiddetto fattore di merito del sistema risonante, cioè quanto minori sono le perdite per attrito o resistive. Se la frequenza di trasmissione di una stazione radio FM è per esempio fo = 100 MHz (100 milioni di oscillazioni al secondo), significa che il segnale ricevuto assume la massima ampiezza soltanto quando la manopola che agisce sul condensatore variabile di sintonia viene fatta ruotare delicatamente fino a fare in modo che la frequenza di risonanza del circuito LC del ricevitore coincida (o quasi) con la frequenza di 100 MHz. In altri termini, dal punto di vista fisico, in un sistema risonante di qualsiasi tipo, nella condizione di risonanza la periodica e bidirezionale conversione energetica suesposta tende a diventare quasi completa, di modo che basta una sollecitazione periodica di ampiezza molto piccola, appena sufficiente a compensare le perdite energetiche per attrito o per effetto Joule, per ottenere una risposta molto più ampia dell'eccitazione applicata. Ecco perchè nel 1940 negli USA crollò il ponte di Tacoma, per effetto della risonanza indotta dalle raffiche di vento, le cui frequenze erano casualmente moto vicine alle frequenze naturali del ponte.
Ecco perchè un'altalena, purchè riceva spinte periodiche piccole, ma con frequenza prossima a quella di oscillazione del pendolo che serve a schematizzarla, può compiere, dopo una fase transitoria iniziale, oscillazioni di notevole ampiezza.
B)Mentre i sovraccarichi prodotti dall'avviamento dei motori sono temporanei, si verificano sempre cadute di tensione stabili lungo i conduttori della linea di alimentazione e direttamente proporzionali all'intensità di corrente assorbita. Ovviamente la caduta di tensione statica causata da una lampada da 100 W è 10 volte minore di quella relativa ad una stufa da 1000 W , essendo dieci volte maggiore l'intensità di corrente nel secondo caso.
Infine, a circuito aperto, cioè con tutti gli interruttori aperti, la caduta di tensione è nulla essendo nulla l'intensità di corrente.
Curiosità
1) L' induttanza di un circuito elettrico si indica con la lettera L maiuscola per ricordare il fisico tedesco Heinrich Friedrich Emil Lenz (1804-1865), che introdusse il segno meno nella legge di induzione elettromagnetica di Faraday-Neumann;
2) Qualsiasi telefono fisso è collegato alla linea telefonica attraverso un trasformatore di linea (forchetta telefonica) che , oltre a garantire la separazione metallica del circuito locale di abbonato dalla linea telefonica, serve a trasformare il circuito a 4 fili del telefono (due per il microfono e due per l'auricolare) nel circuito bidirezionale a due fili che collega l'abbonato alla centrale, attraverso vari armadi di permutazione. Il doppino telefonico (twisted pair) , detto anche coppia, è costituito da due fili di rame isolati intrecciati e di colori diversi, e serve a collegare il telefono alla centrale, attraverso la forchetta, che è dotata di un avvolgimento collegato alla linea e di altri due avvolgimanti collegati rispettivamente al microfono ed all'auricolare. La forchetta viene progettata in modo tale che l'utente non senta nell'auricolare il ritorno della propria voce (circuito antilocale) (il segnale si propaga soltanto dal microfono verso il doppino) e che contemporaneamente il segnale telefonico generato dal microfono remoto si propaghi soltanto verso l'auricolare.
Tanti cordiali saluti

 

Egregio prof:re,
mi potrebbe spiegare che tipo di ricerca stanno esperimentando in questi giorni gli scienziati del CERN, mi pare che vorrebbero scoprire l'origine del grande big-bang, in cui si siano formate molecole e di seguito materie diverse. Mi pare che uno scienziato tedesco abbia dato l'allarme per questo tipo di esperimento in quanto lo riteneva pericoloso poichè si sarebbero potuti formare dei buchi neri tali da inghiottire tutto il pianeta.
La saluto e La ringrazio tantissimo.
Francesca


Gent.ma Francesca,
Le consiglio anzitutto, per una migliore comprensione della risposta, la lettura delle pagine di cui ai seguenti link:
F.A.Q. - Le domande più frequenti sul mondo fisico
L'esplorazione del microcosmo nel XX secolo - pag. 4
Il modello standard
Leptoni
Quark
Gli adroni
I vettori dei campi quantistici
Mesoni
Barioni
Memorandum
La supermacchina acceleratrice LHC (Large Hadron Collider),collaudata presso il CERN di Ginevra alle ore 9,30 del 10 settembre 2008, è costituita essenzialmente da un doppio anello sotterraneo, della circonferenza di 27 km, situato ad una profondità di 100 m. Il doppio anello passa attraverso 1624 elettromagneti superconduttori dipolari (N-S) , ciascuno della lunghezza di 15 m, con avvolgimenti in lega superconduttrice di Niobio-Titanio, raffreddati con circolazione di elio liquido a 1,9 °K (-271,1 °C) ed inseriti ad intervalli regolari per guidare i fasci di protoni lungo la traiettoria circolare. Per focalizzare i fasci di protoni vengono invece utilizzati altri 393 elettromagneti superconduttori quadripolari (N-S-N-S), ciascuno della lunghezza di 7 m,disposti anch'essi lungo il doppio anello, ad intervalli regolari. I campi magnetici generati dagli elettromagneti superconduttori sono circa 140000 volte più intensi (9,8 T , tesla) del massimo valore del campo magnetico terrestre (7 x 10 -5T ai poli) .In ciascun anello viene costantemente mantenuto il vuoto spinto alla pressione di 10-6 torr (mm di mercurio), al fine di minimizzare le collisioni con le molecole gassose e le relative perdite energetiche.
Considerando che in ciascun anello viene iniettato dal vecchio SPS (il SuperProtoSincrotrone che consentì a Carlo Rubbia nel 1983 di rivelare i bosoni vettoriali W e Z°, confermando sperimentalmente la teoria elettrodebole di Salam-Winberg-Glashow (1976 - 1970)), un fascio di protoni con energia di 450 GeV, che i fasci circolano in versi opposti, guidati e focalizzati dagli elettromagneti superconduttori di cui sopra, e che vengono ulteriormente accelerati, fino a raggiungere l'energia massima prestabilita, da campi elettromagnetici a radiofrequenza passando attraverso cavità risonanti inserite ad intervalli regolari lungo il doppio anello, si comprende come sia possibile far collidere i fasci tra loro, creando lungo il doppio anello, mediante opportuni magneti di correzione della traiettoria, alcune zone di intersezione in cui vengono posizionati i vari rivelatori (ATLAS, CMS, LHCB e ALICE) dei prodotti di collisione, gestiti da sofisticatissimi sistemi di acquisizione dati in grado di acquisire ed elaborare in tempo reale l'enorme mole dei dati (carica elettrica, spin, quantità di moto, energia e numero delle particelle prodotte) associati agli eventi prodotti dagli urti frontali protone-protone.
Si tenga presente che il collaudo del 10 settembre è stato effettuato iniettando un solo fascio di protoni per verificare soltanto la regolarità del moto circolare degli stessi lungo l'anello. I collaudi proseguiranno nel mese di settembre 2008 con entrambi i fasci attivati, per verificare che i protoni di ciascun fascio raggiungano l'energia di 5000 GeV (5 TeV). Successivamente l' LHC sarà collaudato fino all'energia massima prevista di 7 TeV per fascio. Produrre urti frontali tra protoni aventi la stessa energia e circolanti in sensi opposti offre il notevole vantaggio della conversione completa dell'energia dei fasci in massa, in base alla relazione einsteiniana E = mc2. Si pensi infatti di produrre un urto frontale tra due corpi con la stessa massa e la stessa energia cinetica, e quindi con velocità e quantità di moto uguali e contrarie. Per il principio di conservazione della quantità di moto, la somma vettoriale delle quantità di moto, nulla prima dell'urto (mv - mv = 0) , rimane nulla anche dopo l'urto, e durante l'urto tutta l'energia cinetica delle masse si converte in energia elastica di deformazione dei corpi, che in alcuni casi, per la notevole violenza dell'urto, possono ridursi ad un'unica massa (2m) con energia cinetica finale nulla.
Nel caso delle particelle, facendo collidere due fasci di protoni controrotanti da 7 TeV (energia massima per fascio), si rende disponibile nell'urto un'energia di 14 TeV, che è 7 volte più grande dell'energia resa disponibile dal Tevatron del Fermilab di Chicago (2 TeV con fasci da 1 TeV), il più grande collisore mondiale prima dell'entrata in funzione dell' LHC.
Per tornare al big bang, caratterizzato da una temperatura iniziale di 1032K° e la cui durata deve essere stata comparabile con il cosiddetto tempo di Planck tP = 10-44 s, quando cioè l'universo era assimilabile ad una sfera infinitesima con diametro pari alla lunghezza di Planck lP= 10-35 m, si deduce che l' energia di agitazione termica iniziale dell'universo , per T = 1032K° e considerando che l'energia di 1 eV (elettronvolt) equivale a 10000 °K, deve essere stata pari a
1032K°/104K° = 1028 eV = 1019GeV = 1016TeV, cioè 1016TeV/14 TeV = 7,142 x 1014 volte maggiore dell'energia massima di LHC. Considerando inoltre che vengono rivelati, sia pure con probabilità molto piccola, raggi cosmici rari, con energie dell'ordine di 1020 eV = 108 TeV , cioè 108 TeV/14 TeV = 106 volte maggiore di 14 TeV, risulta evidentissima l'infondatezza delle sciocche previsioni di catastrofi collegate agli esperimenti effettuabili con il Large Hadron Collider di Ginevra. L'accidentale o voluta formazione di microbuchi neri, peraltro già prodotti qualche anno fa presso il Fermilab di Chicago da 2 TeV, non solo implicherebbe energie 714200 miliardi di volte inferiori a quella del big bang ed 1 milione di volte inferiori a quelle dei raggi cosmici più energetici, ma verrebbe neutralizzata dal loro decadimento in particelle elementari di vario tipo per effetto della radiazione di Hawking, che risulta tanto più intensa quanto minore è il raggio di Schwarzschild (orizzonte degli eventi) caratteristico del buco nero (Rs = 2GM/c2) . Se M = 14 x 1012eV x 1,6 x 10 -19 J / c2 = 2,24 x 10-6/9 x 10 16 = 2,488 x 10-23g, Rs = 2 x 6,67 x 10-11 x 2,488 x 10-23 /9 x 10 16 = 3,687 x 10-50 m , che risulta 10-50 /10-35 = 10-15, cioè 1015volte minore della lunghezza tipica della scala di Planck !!!
Ecco perchè le antiscientifiche previsioni di catastrofe diffuse nell'imminenza del collaudo di LHC non sono altro che bufale mediatiche !
Gli esperimenti eseguibili con LHC consentiranno anzitutto di esplorare bene la regione delle alte energie corrispondenti alla fase in cui l'universo, 10-11 s dopo il big bang, era caratterizzato da una temperatura intorno ai 1016 °K, corrispondente ad un'energia di agitazione termica di 1016/104 = 1012 eV = 1 TeV.
Questa fase corrisponde alla cosiddetta transizione elettrodebole, che partendo dalle tre forze (gravità , forza subnucleare forte e forza elettrodebole) esistenti dopo il completamento della fase dell'inflazione (rapidissima espansione iniziale dell'universo verificatasi 10-33 s dopo il big bang), diede origine, per rottura di simmetria, alle quattro forze fondamentali attuali: gravità, forza subnucleare forte, forza subnucleare debole, forza elettromagnetica. In particolare, dall'unica forza supersimmetrica esistente al momento del big bang, forza caratteristica della fase in cui tutte e quattro le forze fondamentali (gravitazionale, subnucleare forte, subnucleare debole, elettromagnetica) avevano la stessa intensità, durante il rapido raffreddamento conseguente all'inflazione si sarebbe verificata una prima rottura della simmetria iniziale, con la separazione della gravità da una superforza unificata corrispondente alla stessa intensità della forza subnucleare forte,agente tra i quark, e della forza elettrodebole, associata all'unificazione (con identità di intensità) delle forze elettromagnetica e subnucleare debole (forza responsabile del cambiamento di sapore dei quark). Una successiva rottura di simmetria si sarebbe verificata con la transizione della grande unificazione, 10-33 s dopo il big bang, durante la quale la superforza unificata avrebbe dato origine all'attuale forza subnucleare forte agente tra i quark (forza di colore) ed alla forza elettrodebole (di Salam, Weinberg, Glashow). Infine, 10-11 s dopo il big bang un'ultima rottura di simmetria avrebbe dato origine alle attuali 4 forze: elettromagnetica , subnucleare debole (10-11 volte meno intensa di quella elettromagnetica) , subnucleare forte (100 volte più intensa di quella elettromagnetica) e gravitazionale (1038 volte più debole della forza subnucleare forte).
Le rotture di simmetria associate alle varie fasi sarebbero state prodotte dall'interazione dei tre campi quantistici (subnucleare forte o gluonico, elettromagnetico ed elettrodebole) , gravità a parte, con un ulteriore campo ipotizzato da Peter Higgs nel 1964 per spiegare la rottura di simmetria che implicò la transizione elettrodebole dai quattro bosoni vettoriali di campo (con spin unitario e massa nulla),fotone, bosone W+, bosone W- e bosone Z° ai bosoni di campo attuali, corrispondenti al fotone ed ai tre predetti bosoni che, avendo acquisito massa,attraverso l'ipotizzata interazione con il campo scalare (con spin 0) di Higgs, non possono più muoversi alla velocità della luce, come invece si verifica per il fotone, che è privo di massa, ma si muovono sempre con velocità inferiori a quella della luce come ogni altra particella dotata di massa.
Ecco perchè si afferma che, se il bosone di Higgs non sarà rivelato attraverso LHC, bisognerà riscrivere la fisica degli ultimi 40 anni , a causa dell'incompatibilità con il modello standard che ha consentito ai fisici di raggiungere tanti splendidi traguardi nella scoperta della struttura e delle leggi che governano il microcosmo che sta alla base dell'universo.
Tanti cordiali saluti

Egregio professore,
vorrei qualche chiarimento riguardo alcuni enunciati non commentati:
 1)  In uno si sosteneva che una calamita che cade in un solenoide, avrà un moto rettilineo  uniforme. Come si fa a stabilire che la forza magnetica che ne deriva per induzione , e che contrasta g , sia proprio uguale a g , tale che il moto diventa uniforme ?
 2) In un altro simile si sostiene che su una spira che cade, agirà una  forza verso l'alto, che si somma a quella di gravità  : ma la forza magnetica terrestre e quella di gravità non agiscono entrambe verso il basso ?  
3) In un altro ancora , si dice che avvicinando un circuito con generatore ad un altro circuito, si legge una corrente positiva e se lo si allontana , però aumentando la tensione, non si leggerà una corrente negativa. Ora , è chiaro che allontanandolo sarà negativa, ma chiedo : un aumento di tensione comporta sempre corrente positiva ? Così come una diminuzione , una negativa ?  Immagino perché se, convenzionalmente il verso della corrente è positivo  da + a - , un aumento di ddp aumenterà la corrente da + a - , come al contrario una diminuzione di ddp la diminuirà. E' così ?
 Grazie . Francesco. Frattamaggiore ( Na )


Gent. mo Francesco
1) Consideriamo un solenoide rettilineo di lunghezza L, costituito da N spire di sezione S, chiuse in cortocircuito ed un magnete rettilineo di lunghezza L e sezione circa uguale a S e tale che il magnete possa cadere senza attrito all'interno del solenoide. Supponendo che il magnete, capace di generare un'induzione magnetica B, venga lasciato cadere da una posizione ho tale che la faccia del suo polo magnetico inferiore si trovi all'inizio dell'avvolgimento del solenoide e che le spire siano state avvolte a strati regolari, in modo tale che si possa considerare costante il rapporto N/L (spire per unità di lunghezza), durante la caduta del magnete di un tratto infinitesimo dh, il flusso d'induzione magnetica (infinitesimo) dF(B) = (N/L) BS dh concatenato con le spire (N/L) dh comprese nel tratto dh, si può esprimere come dF(B) = (N/L) BS v dt, essendo v = gt la velocità di caduta libera del magnete, inizialmente (prima di assumere il valore costante finale) direttamente proporzionale al tempo. Di conseguenza, applicando la legge d'induzione elettromagnetica di Faraday-Neumann-Lenz Eind = - dF(B)/dt (derivata del flusso rispetto al tempo), si calcola la f.e.m. indotta Eind = - dF(B)/dt = -(N/L) BS v dt/ dt = -(N/L) BS v .
Questa forza elettromotrice indotta fa circolare nelle spire del solenoide, con resistenza ohmica R, la corrente indotta Iind = (N/L) BS v/R, fornendo una potenza elettrica (frenante, per la legge di Lenz),
Pind = Eind x Ind = (N/L) BS v x (N/L) BS v/R = (NSBv/L)2/R. Considerando che la potenza generata cresce con il quadrato della velocità, si comprende (si pensi all'effetto paracadute, formalmente analogo al nostro fenomeno) come si raggiunga una condizione di equilibrio tra la forza motrice gravitazionale Fm = Mg (M è la massa del magnete) e la forza frenante elettromagnetica Fi, pari al rapporto Pind/v: Mg = (NSBvlim/L)2/(Rvlim) = (NSB/L)2vlim/R, dove vlim = RMg[L/(NSB)]2 è la velocità costante finale (a regime). Se invece le spire non fossero chiuse in cortocircuito, il magnete cadrebbe liberamente.
2) Si tratta di un fenomeno analogo al precedente. Considerando che in questo caso interviene soltanto la componente verticale del campo magnetico terrestre e che la corrente indotta nella spira chiusa, durante la caduta, per la legge di Lenz (segno - ), come nel caso precedente, ha sempre verso tale da opporsi alla causa che la genera, si comprende come, essendo la forza frenante diretta verso l'alto, una spira di massa M debba muoversi , a regime, con velocità costante vlim = RMg[d/(BTS)]2, dove BT è la componente verticale del campo magnetico terrestre e d è il diametro del conduttore che costituisce la spira.
3) Se nella fase di allontanamento del circuito inducente (contenente il generatore) dal circuito indotto, viene fatta aumentare opportunamente la f.e.m. del generatore , la diminuzione del flusso magnetico concatenato al circuito indotto, causata dall'allontanamento,viene compensata dall'aumento dell'intensità di corrente che fluisce nel circuito inducente, e se l'aumento è sufficiente, si ottiene la compensazione della diminuzione di flusso, con la conseguenza che la corrente indotta non cambia verso, come normalmente si verifica.
Tanti cordiali saluti

   

Egregio professore,
nel ringraziarla sempre della Sua gentilezza, Le chiedo  qualche ulteriore chiarimento riguardo la risposta precedente .
 1)  Per il punto 1 vorrei sapere, una volta raggiunta la condizione di equilibrio, sia nel caso della forza elettromagnetica frenante che nel caso del paracadute, perché essa non cambia più a favore di una delle due ? Più specificamente nel caso del paracadute, come si calcola la forza frenante ?
 2) Per questo punto , sì,  la forza frenante è diretta verso l'alto, ma quello che mi ha rimasto perplesso è che si diceva che essa si somma a quella di gravità. Devo intendere che si somma algebricamente, cioè sommando due segni contrari  ?
 3) Per quest'altro punto, infine,  vorrei sapere , più in generale, la corrente prodotta da un aumento di tensione, che verso avrà . Penso che un aumento di tensione possa  generare anche corrente negativa . Nel caso dell' esercizio in questione, devo dedurre che l'aumento di tensione genera corrente positiva perché nel testo si dice che avvicinando il circuito col generatore si registra una corrente positiva , o proprio perché l'aumento di tensione genera corrente positiva ?
 Grazie . Francesco. Frattamaggiore ( Na )


Gent. mo Francesco,
1) Nel caso del paracadute, considerando che la resistenza aerodinamica è direttamente proporzionale alla sezione S del paracadute ed al quadrato della velocità, applicando la seconda legge della dinamica si ottiene: Ma = Mg - KS v2. Nella fase iniziale della discesa, prima che la velocità assuma il valore costante a regime vreg , (quando cioè il paracadutista, per la prima legge della dinamica (principio d'inerzia) , si muove di moto rettilineo uniforme), il paracadutista scende con velocità crescente,minore dì quella corrispondente alla caduta libera a causa della resistenza aerodinamica, fino al momento in cui la resistenza aerodinamica compensa esattamente il peso: Mg = KS vreg2. Non appena, verificatasi questa condizione, vreg = SQRT[ Mg/(KS)], annullandosi la forza risultante, cioè la somma vettoriale (pari alla differenza dei moduli) del peso e della resistenza aerodinamica, il moto diventa rettilineo uniforme e si mantiene tale fino al momento dell'atterraggio. Infatti, poichè il moto avviene con velocità costante, anche la resistenza aerodinamica resta costante. Nel caso del magnete, invece, la forza frenante è direttamente proporzionale alla velocità e si ha l' equilibrio dinamico e quindi il moto rettilineo uniforme quando (NSB/L)2v/R = Mg.
2) La somma della forza peso e della forza frenante è da intendersi come somma vettoriale, la quale, essendo i vettori paralleli e con versi opposti, coincide con la somma algebrica, che si annulla in condizioni di equilibrio.
3) Per la legge di Faraday-Neumann (prescindendo dal segno meno della legge di Lenz) l'intensità della corrente indotta è I(t) = (1/R) DF (B)/D. Pertanto, durante l'avvicinamento del circuito inducente al circuito indotto, avendosi un aumento di flusso magnetico, DF (B) > 0, si ha una corrente indotta, che si può considerare, per convenzione, positiva. Quando il circuito inducente viene allontanato, senza aumentare l'intensità di corrente erogata dal generatore, avendosi una diminuzione del flusso magnetico, DF (B) < 0, la corrente indotta è di segno contrario (per convenzione negativa). Se invece, durante l'allontanamento, la corrente erogata dal generatore viene fatta aumentare in modo tale da sovracompensare la diminuzione del flusso, DF continua a mantenersi positivo come nella fase di avvicinamento, e la corrente indotta non cambia verso.
Tanti cordiali saluti

 

Gentilissimo prof. ,
Considerando che, quando un sommergibile deve immergersi in mare , per ottenere ciò si devono aprire le valvole dei compartimenti stagni affinchè lo scafo affondi per il principio di Archimede ,mi chiedo che succede se sbadatamente le valvole non vengono richiuse?
Ringrazio anticipatamente per la cortesia - Andrea.

Gent. mo Andrea,
Un sommergibile è dotato di parecchi compartimenti stagni, la maggior parte dei quali (serbatoi principali di zavorra, main ballast tanks) sono progettati in modo tale che il loro completo allagamento garantisca l'equilibrio tra il peso e la spinta idrostatica, per mantenere il sommergibile in condizioni di equilibrio indifferente ad una qualsiasi profondità. Vengono inoltre utilizzati alcuni serbatoi ausiliari (negative ballast tanks) che servono, con il loro totale allagamento, ad appesantire il sommergibile,in modo tale da garantirne la rapida immersione con le valvole tutte aperte.
Pertanto, dimenticare aperte le predette valvole ha come diretta conseguenza la rapida immersione del sommergibile, che può essere rallentata o, se necessario, arrestata, pompando nei serbatoi ausiliari aria compressa a parecchie centinaia di atmosfere per ottenere la rapida espulsione dell'acqua immessa in precedenza e ripristinare l'equilibrio o la prevalenza della spinta idrostatica rispetto al peso.
weblink :http://maritime.org/fleetsub/
Tanti cordiali saluti

Ch.mo Prof. Cucinotta,
essendomi imbattuto nel Vostro interessantissimo sito e avendo visto che in esso c'è anche un apposito spazio per porre domande, ho pensato di cogliere l'occasione per farVi una domanda inerente la definizione verbale di energia, cosa che mi "tormenta" assai (sono infatti un appassionato di didattica della fisica).
Mi spiego: su di un libro che riporta svarioni che compaiono sui manuali di fisica ("100 ERRORI DI FISICA PRONTI PER L'USO" ci si può fidare dei libri di testo? Schonenfel & Ziegler editore) si legge che l'usuale definizione verbale dell'energia quale "capacità di compiere lavoro" è errata in quanto tra energia di un corpo e lavoro da esso compiuto non esiste in realtà alcuna correlazione generale.
Ne seguirebbe allora, come conseguenza, che è pure errata la regola, mutuata dal principio di azione e reazione, secondo la quale un corpo che lavora positivamente su di un altro corpo B subisce da questo un lavoro uguale e contrario a quello che esegue, ovvero che chi lavora positivamente cede energia mentre chi lavora negativamente acquista energia.
A riprova di ciò l'autore riporta il seguente esempio:
 "un blocco A, portatore di una carica elettrica positiva, viaggia per inerzia su di un piano orizzontale, in assenza d'aria e di attrito, soggetto solo al peso e alla reazione (uguale e contraria) del vincolo, verso un blocco B che non ha possibilità di movimento, a sua volta carico di segno più. Dato che ognuno dei due blocchi esercita sull'altro una forza repulsiva, dal momento del lancio in poi A procede verso B perdendo via via velocità: se la sua velocità iniziale non è troppo grande, si arresta prima di arrivare a contatto con B per poi ripartire immediatamente dopo in direzione opposta. Durante la fase di rallentamento A perde tutta la sua energia cinetica: quanto lavoro ha compiuto? Zero, visto che B, al quale è applicata la forza proveniente da A, non si è mosso. Viceversa B, pur essendo completamente privo di energia cinetica ha compiuto un lavoro resistente esattamente uguale all'energia cinetica persa da A. E, dato che nulla vieta di ripetere l'esperienza all'infinito, la conclusione è che da un corpo privo di energia cinetica ci si può aspettare un lavoro comunque grande".
 A me tale esempio non convince affatto, pertanto Vi scrivo per sapere:
- il Vostro parere in merito a ciò
- se Vi viene in mente un altro esempio, di natura strettamente meccanica, che possa rendere conto di quanto l'autore afferma (sempre che ciò sia effettivamente corretto...).
Vi chiedo infine quale definizione verbale, che oltre che essere ineccepibile sia pure didatticamente valida, si potrebbe dare per l'energia?
 Grazie in anticipo per la risposta che vorrete darmi.
Cordiali saluti
Roberto


Gent.mo Roberto,
Posso fornire la seguente definizione dell'energia, valida anche ai fini didattici:
“L'energia (di qualsiasi natura: cinetica,potenziale,elettrica,magnetica,nucleare) di un corpo o di un sistema materiale è una grandezza fisica scalare la cui variazione, positiva o negativa, uguaglia rispettivamente il lavoro (positivo) Lp compiuto sul corpo o sul sistema materiale considerato da parte di un altro corpo o di un altro sistema materiale, o il lavoro (negativo) Ln subito dal corpo o dal sistema materiale considerato per l'azione di un altro corpo o di un altro sistema materiale":
Lp = Efinale - Einiziale; (Efinale > Einiziale);
Ln = Efinale - Einiziale; (Efinale < Einiziale).
Fisicamente hanno significato soltanto le variazioni di energia di un corpo o di un sistema materiale, che vengono misurate attraverso il lavoro compiuto o subito: L (> 0 o < 0) = Efinale - Einiziale.
Esempio
Quando consideriamo l'urto elastico tra due palle da bigliardo, misuriamo soltanto la variazione di energia cinetica di ciascuna palla conseguente alle forze impulsive di deformazione elastica (di azione e reazione) che agiscono durante l'urto, attraverso conversione di energia cinetica in energia potenziale elastica, e viceversa, prescindendo da tutte le altre possibili forme di energia associate alle due biglie,cioè non considerando, per esempio, con riferimento alla teoria della relatività speciale, l'enorme energia associata alla massa a riposo (massa di quiete e relativa energia a riposo) Mo di ciascuna biglia, E = Mo c2 .
Se Mo = 0,2 Kg, E = Moc2 = [0,2 x (3 x 10 8 )2 ] J = [0,2 x 9 x 1016] J = 1,8 x 1016 J.
Solo nel caso in cui i protoni ed i neutroni degli atomi costituenti le biglie fossero riscaldati a temperature di parecchie decine di milioni di gradi kelvin, allo stato di plasma, si verificherebbero eventi di fusione nucleare di nuclei leggeri (idrogeno,deuterio,trizio), con la formazione di elio-4,, in base alla conversione della massa in energia e compatibilmente con il difetto di massa caratteristico della nucleosintesi dell'elio-4 da nuclei più leggeri.
Nell'analisi del fenomeno prescindiamo altresì , sia dall'energia elettrostatica (attrattiva o repulsiva) derivante da eventuali cariche elettriche acquisite dalle biglie prima dell' urto, sia dalla loro temperatura, da cui dipende l'energia totale di agitazione termica di tutte le molecole del materiale (avorio) di cui sono fatte le biglie. Se ne deduce pertanto , in questo caso come in casi analoghi, che l'espressione “energia di un corpo” non ha significato fisico, in quanto lo studio dell'urto dal punto di vista cinematico implica soltanto la misura della variazione di energia cinetica di ciascuna biglia per effetto dell'urto elastico, prescindendo da tutte le altre forme di energia.
Tornando all'esperimento concettuale citato,faccio notare anzitutto che nel caso di forze gravitazionali ed elettromagnetiche i corpi interagiscono non direttamente (vedi vecchio modello dell'azione a distanza delle leggi di Newton e Coulomb), ma, come enunciò Einstein (1905), attraverso i rispettivi campi, con un ritardo calcolabile in funzione della distanza tenendo conto del valore finito della velocità della luce (velocità di propagazione dell'interazione). Pertanto sono i campi elettrici, magnetici, elettromagnetici e gravitazionali i mediatori dell' interazione tra corpi, e questi ultimi scambiano energia e quantità di moto soltanto attraverso i campi: nel caso citato, il blocco A, carico positivamente e mobile senza attrito, compie lavoro contro il campo elettrostatico generato dal blocco B,fisso e carico positivamente. Mentre il blocco A avvicinandosi a B subisce un decremento di energia cinetica che si converte in aumento di energia potenziale elettrostatica, il blocco B, essendo fisso nel sistema terrestre e comportandosi pertanto, durante l'urto elastico, come un corpo di massa enormemente più grande (massa della terra) di quella di A, assorbe quasi tutta la quantità di moto del corpo A acquisendo una velocità quasi nulla. Applicando i principi di conservazione dell'energia cinetica e della quantità di moto e considerando che VBiniziale = 0, si ottiene:
1) (1/2)MAVAiniziale2 = (1/2)MAVAfinale2 + (1/2)MBVBfinale2;
2) MAVAiniziale = MAVAfinale + MBVBfinale;
1') MA(VAiniziale2 - VAfinale2) = MBVBfinale2;
2') MAVAiniziale - MAVAfinale = MBVBfinale;
Dividendo membro a membro l'eq. 1') per l'eq. 2'), si ha: VAiniziale + VAfinale = VBfinale;
VAfinale = VBfinale - VAiniziale;
MAVAiniziale - MAVAfinale = MBVBfinale;
MAVAiniziale - MAVBfinale + MAVAiniziale = MBVBfinale;
VBfinale = [2MA/(MA+MB)]VAiniziale;
Essendo MB di gran lunga maggiore di MA, si ha: VBfinale = 0 e VAfinale = - VAiniziale.
Di conseguenza, il blocco A si avvicina a B fino alla distanza d corrispondente alla totale conversione della sua energia cinetica (1/2)MAVAiniziale2 in energia potenziale elettrostatica: KC QAQB/d2: d = SQRT[2 KC QAQB/(MAVAiniziale2)].
Successivamente l'energia potenziale elettrostatica si converte in energia cinetica, con il totale recupero della velocità iniziale da parte del corpo A, che rimbalza a 180° (VAfinale = - VAiniziale),se l'urto è frontale.
Le forze elettriche che A esercita su B e B esercita su A sono forze di azione e reazione, interne al sistema dei due blocchi ed uguali e contrarie, il che implica la conservazione della quantità di moto totale del sistema.
Un altro esempio, analogo al precedente, si ha considerando un corpo lanciato verticalmente verso l'alto nel campo gravitazionale terrestre: l'unica differenza sta nella forza gravitazionale, che è attrattiva. In questo caso,la Terra corrisponde al blocco B, mentre la palla corrisponde al blocco A. La palla e la Terra interagiscono non direttamente ma attraverso il campo gravitazionale:
Il lavoro negativo compiuto dalla palla contro il campo gravitazionale (costante in prima approssimazione in prossimità della Terra) durante la salita, viene recuperato attraverso la conversione di energia potenziale gravitazionale in energia cinetica, durante la discesa e la velocità acquisita dalla Terra è quasi nulla, sia durante la salita che durante la discesa.
weblinks:
(Georgia State University - USA): http://hyperphysics.phy-astr.gsu.edu/hbase/HFrame.html
(MIT- Massachusetts Institute of Technology): http://web.mit.edu/8.02t/www/materials/modules/ReviewC.pdf
Tanti cordiali saluti

Egregio prof.re,
mi potrebbe spiegare se se è possibile collegare l'unità di misura di una forza coercitiva di un magnete misurata in Oe, in Tesla? Per esempio se un magnete ha una forza coercitiva di 1200 Oe, a quanti Tesla corrispondono?
Cordialmente La saluto e La ringrazio.
Francesca


Gent.ma Francesca,
La forza coercitiva di un magnete, essendo definita come l'intensità del campo magnetico Hc necessaria per smagnetizzare il magnete, cioè per ridurre a zero l'induzione magnetica B, si misura in amperspire/metro (Asp/m) nel S.I. (sistema internazionale) M.K.S.A. ed in oersted (Oe) nel sistema elettromagnetico assoluto C.G.S.
Considerando che Hc è l'intensità del campo magnetico in Oe che deve essere generata nell'aria dal solenoide impiegato per smagnetizzare il magnete, per esprimere nel sistema C.G.S. l' induzione magnetica (densità di flusso magnetico) B generata nel vuoto (o nell'aria) dal suddetto solenoide basta uguagliare B e H; pertanto se Hc = 1200 Oe, anche Bc , espresso nel sistema C.G.S. in G (gauss), vale 1200 G. Infatti nel sistema C.G.S. e.m., essendo unitaria la permeabilità magnetica del vuoto (o dell'aria), vale la relazione B = H.
Se si considera che nel S.I. l'induzione magnetica Bo nel vuoto in T (tesla) si ottiene moltiplicando l'intensità H del campo magnetico in Asp/m per la permeabilità magnetica del vuoto mo = 4p x 10-7 H/m (henry/metro) e che 1 Oe è pari a 1000/(4p) = 79,577472 Asp/m, si ottiene il valore della forza coercitiva espresso T:
Hc = 79,577472 x 1200 Asp/m = 95492,96 Asp/m;
Bco = moHc = 4p x 10-7 x 95492,96 T = 0,12 T.
Questo valore, tenendo conto che 1 T è pari a 10000 G, equivale a 0,12 x 10000 G = 1200 G nel sistema C.G.S. e.m. ; risulta infatti Boc = Hc = 1200 G.
Tanti cordiali saluti

 

Egregio prof.re,
La ringrazio della spiegazione precisa e, restando in tema mi potrebbe dire se vi è un collegamento tra i Tesla e la superficie del magnete o il suo volume? Si può riferire all'esempio già descritto precedentemente.La ringrazio per la sua onorevole prestazione e distintamente La saluto.
Francesca


Gent.ma Francesca,
Consideriamo un magnete permanente costituito da un anello di materiale ferromagnetico di sezione S = 4 cmq e circonferenza L = 20 cm, nel quale sia stato praticato un taglio di lunghezza La = 5 mm. Pertanto se La è la lunghezza del traferro (spazio entro il quale viene generato il campo magnetico) e LFe = L - La = 195 mm è la lunghezza del materiale ferromagnetico (per es. acciaio, ALNICO (Al-Ni-Co), ferrite, samario-cobalto) , indicando con HFe il campo magnetico (in Asp/m) nel materiale ,Ha il campo magnetico (in Asp/m) nel traferro e BFe = Ba = B l'induzione magnetica (densità di flusso magnetico) in T (1 tesla = 1 unità di flusso magnetico/mq = 1 weber/mq = 1 Wb/mq) in tutti i punti del circuito magnetico, applicando il teorema della circuitazione magnetica (di Ampere) si ottiene: HFeLFe + HaLa = 0, essendo nulla, diversamente da quanto si verifica in un solenoide toroidale, la corrente concatenata alle linee di forza del campo magnetico.
Pertanto Ha = - HFe LFe/La, da cui si deduce che, essendo La molto minore di LFe, l'intensità del campo magnetico nel ferro è molto minore di quella nel traferro (Ha).
D'altra parte, dalla relazione B = mo HFe + IM, dove IM è l'intensità di magnetizzazione del materiale (espressa in T), che equivale al momento di dipolo magnetico (analogo al momento di dipolo elettrico e definito come prodotto massa magnetica x distanza = flusso magnetico in weber x distanza) riferito all'unità di volume (mc): IM si misura in Wb x m/mc = Wb/mq = T), si ottiene:
HFe = (B - IM)/mo;
B = moHa = - moHFe LFe/La = - (B - IM) LFe/La.
Pertanto si ha: B(1 + LFe/La ) = IM LFe/La;
B = IMLFe/[La + LFe ].
Se si suppone che sia IM = 5000 G = 0,5 T, si ottiene un'induzione magnetica B = 0,5 x 0,195/( 0,005 + 0,195) = 0,5 x 0,195 /0,2 = 0,4875 T = 4875 G.
L'intensità del campo magnetico nel traferro è pari a B/mo = 0,4875/(4 px 10-7) = 387940,17 Asp/m = 387940,17/79,577472 = 4875 Oe.
Essendo V = SLFe = 0,0004 x 0,195 = 7,8 x 10-5 mc il volume della parte ferromagnetica del circuito,si deduce che il magnete equivale ad un dipolo magnetico di momento M = IM V = 0,5 x 7,8 x 10-5 = 3,9 x 10-5 Wb x m (weber x metro).
Tanti cordiali saluti

Egregio prof. re,
mi potrebbe comunicare come si fa a calcolare la resistenza che oppone un fluido ad un corpo in movimento? Un sommergibile immerso in mare profondo, sgancia un siluro avente un diametro di 0,40 m ed una lunghezza di 3,50 m alla velocità di 11m/s, quale sarà il valore della resistenza che si oppone al siluro da parte dell'acqua del mare, durante il suo moto?
Tanti saluti e mille ringraziamenti
Francesca


Gent.ma Francesca,
La formula della resistenza idrodinamica è Fid = (1/2) Cfrv2S, dove S = 3,14 x 0,42/4 = 0,1256 mq è la sezione del siluro, v = 11 m/s la velocità, r = 1025 kg/mc è la densità media dell'acqua marina e Cf è un fattore di forma i cui valori vengono forniti da apposite tabelle ricavate sperimentalmente in funzione del rapporto lunghezza (L)/diametro (d). Nel caso in esame, essendo L/d = 3,5/0,4 = 8,75, Cf è valutabile, approssimativamente, intorno a 0,2. Pertanto Fid = (1/2) Cfrv2S = (1/2) x 0,2 x 1025 x 112 x 0,1256 = 1557,754 N = 158,792 Kg-peso. Tanti cordiali saluti

Egregio prof.re,
si parla tanto di una possibile vita sul pianeta Marte in cui trasferirsi in un lontano secolo da venire, poichè magari non è più possibile rimanere sul nostro amato e disprezzato pianeta. Non sarebbe più auspicabile interessarci con più impegno a rispettarla anziché avvelenarla quotidianamente? Inoltre, è tutto vero che lo scioglimento dei ghiacciai è opera dell'uomo?
Altra domanda, un magnete permanente di uso comune cosiddetto (ferrite), che adoperiamo per bloccare i foglietti di carta sulla lavagna metallica, quanti Oe potrebbe avere?
La saluto e La ringrazio tantissimo.
Francesca

Gent. ma Francesca,
Condivido completamente la pressante esigenza di rispettare il nostro pianeta, riducendo al minimo possibile il rilascio di agenti chimico-fisici inquinanti che compromettono irreversibilmente la qualità della vita per noi e per le generazioni che verranno. Bisogna cercare a livello globale di contrastare l'egoismo e le logiche di profitto fini a se stesse, che costituiscono gravissimi peccati contro il Creatore dell'universo. La scienza moderna , per quanto avanzata e sofisticata, non sfugge all' illusoria tentazione, non sempre inconsapevolmente da parte dei suoi protagonisti, di giungere al controllo completo dei meccanismi naturali, pensando di potersi sostituire a Colui che ha inserito nello spazio-tempo e nella materia, sia inerte che vivente, leggi costitutive ed evolutive ferree ed eterne, che lasciano scorgere in prospettiva un quid di imperscrutabile per l'uomo che si pone orgogliosamente al centro dell'universo (si pensi ad alcuni fenomeni quantistici, che tuttora è molto più facile applicare e sfruttare negli attuali sofisticati dispositivi microelettronici e nanotecnologici, che comprendere nella loro intima essenza, al di là dei formalismi teorici più o meno complessi che si possano introdurre per descriverli e quantificarli). Il disegno complessivo dell' universo è sempre incompleto, anche se perfettibile.
Questa premessa bene si adatta alla scienza delle previsioni delle variazioni climatiche. Si considerino in proposito i fondamentali contributi del matematico e meteorologo statunitense Eduard Norton Lorenz, padre della teoria del caos, molto più noto per l' analisi del cosiddetto “effetto farfalla”: “Il battito d’ali di una farfalla potrebbe provocare un uragano dall’altra parte del mondo”.
L'analisi dell' effetto farfalla si collega alla considerazione della sconcertante e paradossale imprevedibilità delle soluzioni delle equazioni differenziali accoppiate della teoria del caos , applicate ad un modello di previsione (descritto graficamente dal cosiddetto attrattore di Lorenz) delle precipitazioni atmosferiche, al variare, anche minimo, dei parametri iniziali (condizioni iniziali).
La matematica dei fenomeni caotici, dipendendo da relazioni non lineari tra le variabili, conduce infatti a soluzioni completamente diverse dal punto di vista degli effetti fisici, anche se si variano di piccolissime quantità le condizioni iniziali, e ci aiuta a comprendere l'attuale discordanza di previsioni circa il riscaldamento ( o raffreddamento globale). La questione è completamente aperta, in particolare, per quanto concerne
l' influenza delle attività umane sul riscaldamento del nostro pianeta, come dimostrano le diverse conclusioni cui sono pervenuti gruppi diversi di scienziati. Citiamo in proposito una ricerca decisamente chiarificatrice condotta in Antartide su una carota della lunghezza di 3300 m, dalla quale sono state estratte goccioline d'aria risalenti agli ultimi 420000 anni. I dati evidenziano interessantissime variazioni termiche e delle concentrazioni di metano e anidride carbonica, con oscillazioni aventi un periodo di circa 100000 anni, e che giustificano in modo soddisfacente anche le variazioni rilevate negli ultimi 50 anni ! Queste variazioni vengono spiegate soltanto in funzione delle variazioni periodiche del flusso delle particelle cariche (prevalentemente protoni) costituenti il vento solare, in concomitanza con le variazioni delle macchie della fotosfera solare.
Riferimenti web:
http://www.meteo.unina.it/html/modules/sole/mut_clim.htm
http://www.ipcc.ch/.
Per quanto riguarda il secondo quesito, si tratta di magneti permanenti di ferrite al bario-stronzio con un'induzione residua intorno a 220 mT = 2200 G = 2200 Oe, ed una forza coercitiva intorno a 135000 Asp/m.
Tanti cordiali saluti

Egregio prof.re,
cortesemente Le chiedo di esaminare il seguente quesito di idrodinamica:
- in un cilindro metallico che si trova immerso in acqua ed il cui fondo è chiuso,scorre un altro cilindro a perfetta tenuta tramite guarnizioni. Quest'ultimo cilindro è da considerarsi senza peso ed appena fuori dal primo cilindro presenta una camera comunicante con l'acqua mediante un foro , delimitata da due pareti completamente chiuse. Immediatamente al di sopra della predetta camera il cilindro interno è piegato a 90° , termina oltre il pelo dell'acqua ed ha l'altra estremità tappata e quindi non comunicante con l'aria atmosferica. Considerando che non vi sia attrito nell'eventuale scorrimento tra i due cilindri, si chiede se l'acqua premendo sulle due pareti opposte della camera, possa causare un movimento al cilindro mobile, ed in quale direzione, oppure se il cilindro mobile rimarrà fermo?
Distinti saluti e tanti ringraziamenti.
Francesca


Gent.ma Francesca,
Le forze F1 = Po S, F2 = Po S, F3 = (Po + r g h)S (h è la distanza tra le pareti della camera), indicate in figura rappresentano rispettivamente la forza esercitata dalla pressione atmosferica Po sulla sezione superiore S del cilindro interno, la forza esercitata dalla pressione atmosferica Po sulla sezione superiore S della camera, in corrispondenza della superficie libera del liquido (con pressione idrostatica nulla) e la forza esercitata sulla parete inferiore della camera dalla pressione Pc = Po + r g h .
Si deduce che, essendo le forze F1 ed F2 uguali e contrarie, è attiva la sola forza F3,che provoca l'abbassamento h' del cilindro interno e la conseguente compressione dell'aria nel cilindro esterno dal valore iniziale (incognito) Pin fino al valore finale Pfin = Po - (Po + r g h') + Po + r g (h + h') = Po + r g h = Pc.
Infatti, quando il cilindro interno si abbassa di h', mentre la forza F2(diretta verso l'alto) aumenta di r g h'S, la forza F3 (diretta verso il basso) aumenta della stessa entità, e rimane efficace soltanto la forza r g hS, fino al raggiungimento della condizione di equilibrio Pfin = Pc. Tanti cordiali saluti.

Egregio prof.,
Lei è stato di grande aiuto a risolvere il problema, ma supposto che tutta la figura da Lei ben rappresentata graficamente, debba essere ruotata di 90° in senso orario,in modo tale che il cilindro in cui è indicata la forza F3 sia disposto orizzontalmente (sempre immerso in acqua) e che quindi il cilindro in cui è indicata  la forza F1 sia posizionato verticalmente, con la sommità sempre chiusa ma appena a contatto con l'aria atmosferica, quali potrebbero essere gli effetti delle forze, rispettando comunque le indicazioni del precedente problema, ovvero che non ci siano attriti e forze peso dei corpi?
Le rivolgo i più graditi saluti e La ringrazio - Francesca


Gent. ma Francesca,
Nel caso proposto,supponendo, per semplicità di calcolo, che la sezione di entrambi i cilindri sia un quadrato di lato a, il calcolo delle forze F1,F2,F3, dovute alla pressione idrostatica, si effettua integrando da 0 ad a la forza r g y dS agente sull'area elementare dS = a dy. Pertanto si ottiene il valore: integrale (da 0 ad a) di r g y a dy = r g a3/2, che rappresenta l'intensità di ciascuna delle tre forze. A questo punto, non considerando l'azione della pressione atmosferica, i cui effetti dinamici si neutralizzano reciprocamente agendo su aree uguali ed opposte, si deduce che, mentre sulla parete della camera rivolta alla piegatura del tubo a 90° agisce la forza F2, che è bilanciata dalla forza F1 , uguale e contraria ed agente sulla superficie verticale del tubo,oltre la piega, rimane invece non bilanciata la forza F3,che agisce sull'altra parete della camera, spingendo il cilindro interno in quello esterno.
Tanti cordiali saluti.

Gentile prof.,
finalmente sto lavorando alla tesi...
Sa, non riesco a trovare in nessun libro cosa sia il numero di finger per un mosfet.
Mi saprebbe spiegare di che si tratta?
Grazie
suo eterno allievo Alessio


Gent.mo Alessio,
Il layout multi-gate finger dei transistor mosfet consente di implementare tanti piccoli transistor mosfet (mosfet elementari), con le stesse caratteristiche geometriche ed elettriche e connessi tra loro in parallelo, al posto di un un unico transistor mosfet.
. Questa particolare tecnologia microelettronica presenta il vantaggio della minimizzazione della resistenza del gate e facilita inoltre l'integrazione del mosfet multi-gate assieme ad altri componenti microelettronici in parecchi dispositivi CMOS (come i convertitori A/D), nei quali differenze di pochi mV o frazioni di mV nelle tensioni di soglia (Threshold voltage) dei mosfet, possono comportare importanti variazioni delle caratteristiche funzionali ed operative.
Nell'ambito di questa tecnologia il termine M-factor (o numero di finger) sta ad indicare il numero di gate fingers di un mosfet, cioè il numero (2,4, 8 ..... ) delle diramazioni digitiformi (simili alle dita di una mano) del gate. Si tratta in sostanza di realizzare una complessa struttura ad incastro, costituita da tante terne di elettrodi source-gate-drain interdigitate.
Riferimenti web:
1)ims.unipv.it/Microelettronica/Layout02.pdf
2)ece.ut.ac.ir/classpages/S85/RFICTechnology/Chap.4_Active%20Devices/Chapter%204%20-%203-%20MOS%20Transistor.pdf (struttura multi-finger gate a pag. 19)
Buon lavoro e tanti cordiali saluti

Gent.mo Prof. Cucinotta,
desideravo conoscere i principi di funzionamento dei generatori eolici di energia elettrica.
In particolare mi chiedevo come facessero ad adattare la velocità del rotore che è funzione della velocità del vento, e dunque estremamente variabile,alla frequenza della tensione generata rigorosamente fissata a 50 o 60 Hz.
Ed inoltre, come si sincronizzano con la frequenza della tensione già presente sulla rete elettrica?
Impiegano generatori sincroni o asincroni?
Grazie e saluti, Giuseppe.


Gent.mo Giuseppe,
Il generatore di una torre eolica è un alternatore trifase con l'induttore costituito da potenti magneti permanenti. Il funzionamento, dipendendo dalla variabile velocità del vento, è necessariamente asincrono. L'alternatore, il cui albero è azionato da un sistema di ingranaggi moltiplicatori di giri, eroga una corrente alternata trifase a frequenza variabile, che viene convertita in corrente pulsante (prodotta dalla sovrapposizione delle tre serie di impulsi sinusoidali unidirezionali di corrente forniti dal raddrizzatore trifase a ponte), per caricare una batteria di accumulatori di adeguata capacità (ad una tensione di alcune centinaia di volt) oppure una batteria di condensatori di livellamento (di filtro). La potenza elettrica in corrente continua così ottenuta viene fornita ad un inverter trifase autosincronizzato con la frequenza della rete a corrente alternata alla quale è collegato. L'inverter è gestito da un sistema a microprocessore che provvede a campionare periodicamente la frequenza di rete ed a variare conseguentemente il pilotaggio del ponte trifase di transistor di potenza IGBT (Insulated Gate BJT Transistor), in modo tale che la corrente alternata generata sia agganciata , in tempo reale ed in frequenza e fase, a quella fornita dalla rete elettrica.
Riferimenti web:
http://www.fullsolar.it/14.html
http://www.energia-eolica.it/
Tanti cordiali saluti

Egregio prof. re,
Le presento un quesito di cinematica da risolvere:
Una sfera si sposta verticalmente entro un tubo del diametro poco più grande di essa,partendo da velocità 0 m/s, prosegue con moto naturalmente accelerato raggiungendo una velocità di 35 m/s fino alla distanza di 3 m, poi con moto uniformemente ritardato prosegue per altri 3 m raggiungendo il fondo del cilindro a velocità 0 m/s.
Qualora invece il tubo, della lunghezza di 6 m, si sposti verso l'alto in senso opposto alla sfera con velocità uniforme di 11m/s, si vuole sapere quali saranno il tempo trascorso e lo spazio percorso dal fondo del tubo per incontrare la sfera.


Gent. ma Francesca,
Nel primo caso (tubo fermo), assumendo l'asse y orientato verso l'alto e con l'origine (y = 0) coincidente con la posizione del fondo del tubo, il moto della sfera è naturalmente accelerato (g = - 9,81 m/s2, yi1 = 6 m, vf1 = - 35 m/s ) dall'istante iniziale fino all' istante t1 = vf1 /g = - 35/(-9.81) = 3,567 s.
L'equazione del moto della sfera è y = yi1 + (1/2)gt2 = 6 - 0,5 x 9,81 x t2 = 6 - 4,905 t2.
Per t > t1 = 3,567 s il moto è uniformente ritardato, con vi2 =vf1 = -35 m/s , vf2 = 0 , yi2 = 3 m, yf2= 0.
Pertanto, dall' equazione vf22 = vi2 2 + 2 a (yf2 - yi2) si ottiene l'accelerazione a:
a = [vf22 - vi2 2]/[2 (yf2 - yi2)] = [0 - (-35)2 ]/[2 (0 - 3)] = -1225/(-6) = 205,16 m/s2.
Misurando il tempo t a partire dall'istante t1 = 3,567 s , l'equazione del moto della sfera è: y = yi2 + vf1t + (1/2)at2 = 3 - 35 t + 0,5 x 205,16 t2 = 3 - 35 t + 102,58 t2 .
La velocità della sfera è data dall'equazione : vf2 = vi2 + at = -35 + 205,16 (t - t1), dalla quale si ottiene l'istante t2 = t1 + 35/205,16 = 3,567 + 0,17059 = 3,737 s in cui la sfera raggiunge il fondo del tubo (vf2 = 0).
Nel secondo caso, l'equazione del moto uniforme del tubo è yt = 11t.
Facendo sistema con l'equazione del moto della sfera per t > 3,567 s , si ha:
11 t = 3 - 35 t + 102,58 t2;
102,58 t2 - 46 t + 3 = 0;
t = [23 +/- sqrt(232 - 102,58 x 3)]/102,58 = [ 23 +/- sqrt(221,26)]/102,58 =
= [23 +/- 14,874]/102,58. Si ottengono i valori: 0,369 s e 0,0792 s, corrispondenti alle posizioni del tubo yt1 = 0,369 x 11 = 4,059 m e yt2 = 0,0792 x 11 = 0,8712 m.
Osservando che la prima soluzione (4,059 m) è inaccettabile, essendo maggiore della posizione iniziale della sfera (3 m) nella seconda fase del moto, si sceglie la seconda soluzione (y = 0,872 m. per t = 0,0792 s, corrispondente a t' = (0,0792 + 3,567) s = 3,646 s a partire dall'inizio del moto).
Tanti cordiali saluti

Egregio professore,
vorrei qualche chiarimento sulla relatività generale.
 1) Non riesco a vedere un collegamento tra la relatività speciale e la relatività generale. E'  vero che col principio di equivalenza si accomuna l' accelerazione alla gravità ,       è vero che quella generale vuole estendere i concetti di quella speciale a tutti i sistemi di riferimento e che l' accelerazione è appunto  una variazione di moto, ma  ( senza alcuna pretesa matematica, ovviamente ) a me sembrano concetti completamente diversi la relatività del tempo e dello spazio rispetto alla velocità con la ridefinizione della gravità. Il collegamento è che " semplicemente " lo spazio e il tempo variano, sia a seconda della velocità che della gravità ?
2) Soprattutto non mi spiego, se la gravità  non è più una forza , nell' esempio della palla al centro di un lenzuolo che crea una depressione, dove finisce un' altra pallina che orbita nei dintorni, perché ci dovrebbe finire !
Infatti, sulla Terra ci finisce perché appunto c' è la gravità, ma nello spazio, in assenza di altre cause, un corpo dovrebbe rimanere immobile. Cioè se la gravità è una deformazione dello spazio-tempo , dovrebbe solo indicare una traiettoria che un corpo segue quando viene messo in moto da una forza, ma non attirare. Quindi se per ipotesi, un pianeta fosse fermo nei pressi di una stella, non dovrebbe essere attratto da essa .
 3) Si può fare questo discorso della gravità, intesa come deformazione dello spazio- tempo,  anche sulla Terra ? Mi risulta difficile pensarlo, quando vedo cadere un oggetto !
 4) Infine , se la gravità non è più una forza,  perchè viene considerata tra le quattro fondamentali ?
 Grazie . Francesco. Frattamaggiore ( Na )

Gent. mo Francesco,
1) Il passaggio dalla relatività speciale (o ristretta ai sistemi di riferimento inerziali, cioè non accelerati) alla relatività generale consente di scrivere le equazioni delle leggi fisiche in forma covariante rispetto a qualsiasi sistema di riferimento, accelerato o non e quindi, grazie al principio di equivalenza tra un campo gravitazionale ed un moto accelerato del sistema di riferimento, anche allo spazio-tempo contenente distribuzioni di materia e di energia (di qualsiasi tipo,sia cinetica che potenziale,associata a forze elettromagnetiche, nucleari e subnucleari deboli e forti). La relatività generale consente in altri termini di scrivere le leggi fisiche in modo indipendente dal sistema di riferimento, tenendo conto della curvatura dello spazio-tempo prodotta da distribuzioni di massa-energia, cioè, sia da masse localizzate, in quiete o in moto rettilineo o rotatorio, sia da distribuzioni di massa dotate di qualsiasi tipo di moto rispetto al sistema di riferimento prescelto.
In questo contesto la teoria einsteiniana della gravitazione rientra come caso particolare nella relatività generale, che è la teoria relativistica generale degli spazi curvi associati a moti accelerati dovuti a qualsiasi forza ed equivalenti a tutti gli effetti ai moti prodotti dai fenomeni gravitazionali.
2,3) Mentre la teoria di Newton si basa sull'azione attrattiva a distanza che si esercita tra masse e distribuzioni di materia nello spazio, la teoria einsteiniana della gravitazione elimina il concetto di forza gravitazionale e riconduce la gravità alla geometria degli spazi curvi, nel cui ambito lo studio del moto di due o più masse si riduce alla ricerca della particolare curva geodetica (linea geodetica definita analogamente alla circonferenza equatoriale ed ai meridiani e paralleli terrestri ), corrispondente ad una traiettoria di lunghezza minima descritta da ciascuna massa in presenza di altre masse. Spesso, per spiegare la teoria einsteiniana della gravitazione si afferma che la massa dice allo spazio-tempo come curvarsi e lo spazio-tempo curvo dice alla massa come muoversi (la massa si muove per effetto della deformazione dello spazio-tempo da essa stessa prodotta).
Tornando al modello a membrana elastica utilizzato per spiegare la teoria della gravitazione einsteiniana, se una sferetta subisce una spinta tangenziale, è portata a percorrere una traiettoria elicoidale di raggio decrescente, che per effetto della curvatura della membrana, tende a far cadere la sferetta nella depressione creata dalla sfera grande. E' questo il caso dei pianeti del sistema solare che orbitano intorno al sole per effetto della curvatura dello spazio-tempo prodotta sia dalla massa del sole che dall'energia cinetica iniziale (si tenga presente il principio di equivalenza massa-energia) con cui il pianeta si è immesso nel campo gravitazionale solare.Si tenga presente che nel caso dei pianeti la curva geodetica è un'ellisse più o meno arrotondata, e che un pianeta non cade sul sole poichè sono trascurabili le forze che dissipano l'energia cinetica iniziale, il che invece non avviene, a causa dell'attrito, nel caso della sferetta posta su una membrana elastica deformata. Se invece la sferetta è ferma o se le viene impressa una spinta in direzione radiale, è portata a cadere nella depressione senza orbitare attorno ad essa. E' questo il caso del moto rettilineo (accelerato) di caduta libera di una massa , con velocità tangenziale nulla, su un'altra massa. Ma anche se due masse sono inizialmente ferme (con componenti radiale e tangenziale della velocità iniziale entrambe nulle),sono destinate ad urtarsi. Infatti, se si tiene presente che,in presenza di massa, il tempo viene rallentato in misura tanto più grande quanto più grande è l'intensità del campo gravitazionale (si pensi che in corrispondenza dell'orizzonte degli eventi di un buco nero, il tempo cessa di fluire, ivi essendo infinita l'intensità del campo gravitazionale),si deduce che nel sistema di riferimento locale di ciascuna delle due masse il tempo viene rallentato per effetto della curvatura prodotta da entrambe le masse, con la conseguenza che un osservatore posto su ciascuna di esse misura una progressiva contrazione della distanza tra le stesse per effetto del rallentamento del fluire del tempo, cioè della quarta dimensione dello spazio-tempo, che si accorcia progressivamente. In tal modo, la progressiva deformazione (contrazione dello spazio) è del tutto equivalente ad un moto accelerato di ciascuna massa che si avvicina all'altra, senza che intervenga alcuna forza attrattiva.
In altri termini, non appena la seconda massa si trova in presenza dell'altra, si determina una piccola contrazione iniziale: le masse si avvicinano lungo la linea congiungente le loro posizioni iniziali intensificando la deformazione dello spazio-tempo, che a sua volta fa avvicinare ancora le masse, intensificando ancora il campo gravitazionale e quindi la deformazione, e così via, con una velocità di deformazione rapidamente crescente, fino all'urto finale. Così si spiega anche la caduta libera di un grave nel campo gravitazionale terrestre, dove la deformazione (contrazione dello spazio-tempo) è determinata quasi completamente dalla Terra e la linea geodetica si riduce alla verticale.
Nel caso del moto di un proiettile la curvatura dello spazio dipende dalla massa della Terra e del proiettile e dalla velocità di lancio, e la geodetica è una parabola o un arco di parabola.
4) La teoria della relatività generale di Einstein è una teoria classica, cioè incompatibile con i principi della fisica quantistica. Infatti in essa lo spazio-tempo è un continuum quadridimensionale non discretizzato (non quantizzato) . Non può pertanto essere utilizzata per descrivere i fenomeni gravitazionali a livello microscopico. Da tanti anni i fisici si cimentano nel formulare varie teorie che riescano a rendere compatibile la relatività generale con le teoria quantistiche dei campi (elettrodinamica quantistica , teoria elettrodebole e cromodinamica quantistica) , ma con scarsi risultati. Si è ipotizzata addirittura l'esistenza del gravitone, bosone privo di massa, con spin 2 , analogo al fotone ed al gluone, al fine di spiegare quantisticamente la forza gravitazionale tra due particelle, ma gli esperimenti eseguiti non hanno evidenziato alcun gravitone, anche perchè la forza gravitazionale (non a caso si continua a parlare di forza e non di curvatura dello spazio-tempo, quasi a voler sottolineare la predetta incompatibilità) è la più debole rispetto alle altre tre forze fondamentali ( elettromagnetica, subnucleare debole e subnucleare forte). La teoria più accreditata per quantizzare la relatività generale è la cosiddetta gravità quantistica a loop, che si basa su una sofisticata discretizzazione dello spazio-tempo su scala microscopica, anche se mancano tuttora riscontri sperimentali.
Una valida teoria quantistica della gravità dovrebbe spiegare,tenendo conto del principio di indeterminazione di Heisenberg, la struttura "schiumosa" dello spazio-tempo alle dimensioni della scala di PlancK (10-35m) ed al momento del big-bang, basata sulla continua creazione ed evaporazione (per effetto della radiazione di Hawking) di buchi neri infinitesimi che determinerebbero la curvatura microscopica dello spazio-tempo quantizzato, formato cioè da un numero grandissimo di celle di spazio-tempo infinitesime, che si modificherebbero in continuazione per rendere conto adeguatamente dei fenomeni gravitazionali quantistici degli oggetti fondamentali (leptoni e quark).
Tanti cordiali saluti

Egregio professore,
continuando il discorso sulla relatività generale vorrei sapere :
 1) nel calcolare lo spostamento del perielio di Mercurio secondo la relatività generale , capisco che è diversa l' orbita rispetto a quella calcolata secondo i criteri newtoniani, ma perché si sposta ogni anno ? La deformazione spazio-tempo influisce sulla traiettoria, ma  non rimane sempre quella ?
  2 ) L' esperimento ideale dell' astronave nella quale entra un raggio di luce e colpisce più giù l' altra parete perché essa cammina, non è un po’ troppo "ideale" ? Nel senso che l' astronave dovrebbe andare a una velocità quasi superiore alla luce per far accadere ciò . E non somiglia poi,  a quello dei due raggi di luce per dimostrare in relatività ristretta il concetto di simultaneità, cioè la persona che è sul treno, che va verso il secondo raggio di luce, lo vede prima di quello che sta a terra ( per chi sta a terra ) , proprio perché va verso di esso ?  Anche qui , questo treno dovrebbe andare a una velocità pazzesca !
  3 ) Nell' altro esperimento ideale dell' ascensore, per dimostrare l ' indistinguibilità della gravità
dall' accelerazione, secondo me va distinto il caso se l' esperimento  venga effettuato nel vuoto o nell' aria, ad esempio. Infatti sulla Terra è ipotizzabile che l' ascensore ,cadendo, dato che peserebbe più di una persona, possa precipitare più velocemente della persona, e quindi "levando" gravità alla persona in essa ( un po’ come la "leggerezza" che avrebbero i passeggeri in un aereo che precipita) . Non potrebbe mai pensare ad un ' accelerazione. Ma nel vuoto cadrebbero entrambi alla stessa velocità , e solo in questo caso non distinguerebbe gravità da accelerazione. Giusto ?
  4) Infine non mi è chiaro il punto 4 ( perché la gravità viene considerata ancora una forza ) della risposta precedente: mi sembra che proprio perché non è quantizzabile ( visto che lo sono le altre tre ) si possa non considerare una forza. Invece nella risposta mi sembra il contrario. Ma in generale, è proprio questo il criterio per stabilire se è , o meno,  una forza , cioè se è quantizzabile o meno ?
 Grazie . Francesco. Frattamaggiore ( Na )


Gent. mo Francesco,
1) Lo spostamento del perielio di Mercurio, calcolato con la teoria newtoniana e tenendo conto delle perturbazioni prodotte dagli altri pianeti e del fatto che il sistema di riferimento terrestre, essendo rotante, non è inerziale, risulta pari a 5557 secondi d'arco per secolo, con un difetto di 43” rispetto al valore di 5600” misurato dagli astronomi e previsto dalla teoria della relatività generale. Si consideri che la precessione secolare del perielio è dovuta al fatto che le orbite relativistiche, essendo,a differenza di quelle newtoniane, non chiuse, sono costituite da una serie continua di ellissi i cui assi ruotano lentamente nello stesso senso del moto orbitale descrivendo un'orbita aperta a forma di rosetta. In effetti la precessione del perielio si verifica per tutti gli altri pianeti, ma è significativa soltanto per Mercurio, a causa della notevole curvatura dello spazio conseguente alla piccola distanza dal Sole, rispetto alle distanze degli altri pianeti.
Infatti, essendo per tutti gli altri pianeti l'accordo tra le due teorie tanto maggiore quanto maggiore è la distanza dal Sole, per effetto della decrescente curvatura dello spazio, la rotazione dei relativi assi orbitali è così piccola che le orbite relativistiche a rosetta tendono a coincidere con le orbite classiche di Keplero-Newton.
2) Si tenga presente che, poichè gli effetti relativistici sono significativi per velocità molto vicine a quella della luce, nel caso di oggetti macroscopici come un'auto o un'astronave, data la notevole massa, per osservare gli effetti relativistici, bisognerebbe conferire energie enormi, di gran lunga al di fuori dei convenzionali valori pratici, con la conseguenza che la teoria sembra assurda dal punto di vista del riscontro pratico. Se si considerano invece gli oggetti del mondo microscopico, cioè le particelle elementari, le cui masse sono oltre trenta ordini di grandezza minori di quelle degli oggetti macroscopici, si pensi che le velocità microscopiche sono vicinissime a quelle della luce pur con energie enormemente più piccole di 1 joule (1 MeV = 1,6 x 10-13J).
3) L'osservazione è giusta. Infatti l'ascensore, a differenza della persona al suo interno, non muovendosi nel vuoto,è soggetto alla resistenza aerodinamica ed alle forze d'attrito che rendono sensibilmente inferiore l'accelerazione dell'ascensore rispetto a quella della persona che cade al suo interno.
4) Tra le tante teorie gravitazionali quantistiche, la teoria quantistica a loop è una teoria concepita per quantizzare lo spazio-tempo alla scala di Planck, senza alcun riferimento al concetto di forza, intesa come forza di scambio tra due masse, attraverso l'ipotetico gravitone, quanto di massa nulla e range infinito, in analogia con il fotone , che è anch'esso un quanto di massa nulla e range infinito, mediatore delle forze elettromagnetiche. Pertanto la gravità quantistica a loop si limita a quantizzare (discretizzare) lo schema del continuo quadridimensionale della relatività generale, senza fornire alcuna via di unificazione della gravità con le altre tre forze fondamentali. Esistono altresì teorie quantistiche (le varie versioni della teoria delle stringhe (corde) e delle superstringhe (supercorde)) che si propongono di unificare tutte e quattro le forze fondamentali nell'ambito di formulazioni fisico-matematiche, più matematiche che fisiche, costruite in spazi a 10 e ad 11 dimensioni ed includenti il gravitone come quanto mediatore della forza gravitazionale. Si tratta di teorie molto complesse sul piano matematico, in quanto fanno riferimento a 6 o 7 dimensioni attualmente non accessibili, in quanto “arrotolate” sotto forma di spire di raggio comparabile con la lunghezza di Planck (10-35 m), e ad oggetti fondamentali di dimensioni comparabili con la scala di Planck, le cosiddette stringhe (unidimensonali o pluridimensionali) , aperte o chiuse ad anello, e le cui energie quantizzate corrispondono sia alle varie particelle note nell'ambito del modello standard (fermioni e bosoni) ,sia a tante altre particelle tuttora non rivelate, ma forse presenti nell'universo come costituenti della cosiddetta “materia oscura” , tuttora del tutto inesplorata. Bisogna precisare che tutte queste teorie di stringa sono tuttora degli schemi teorici tutt'altro che definitivi ed univoci, con i quali i fisici teorici tentano di realizzare il sogno della descrizione unitaria delle quattro forze (in conflitto pertanto con la teoria della relatività generale e con la teoria quantistica a loop), e che non sono state confermate neanche minimamente, in quanto per farlo occorrerebbe disporre di superacceleratori di dimensioni improponibili, in grado di produrre urti alle energie primordiali della scala di Planck (1028 eV),cioè 7,142x1014 volte maggiori della massima energia che sarà raggiunta dal superacceleratore LHC del CERN (14000 GeV = 14 x 1012 eV).
Si consideri d'altra parte che, essendo l'interazione gravitazionale 1040 volte meno intensa di quella subnucleare forte tra i quark, rivelare l'ipotetico gravitone è estremamente difficile, come è estremamente difficile rivelare le onde gravitazionali (periodiche increspature dello spazio-tempo) provenienti dalle profondità dell'universo a seguito di collassi stellari o associate a gigantesche emissioni di energia radiante (gamma ray burst). Mentre per lo studio del fotone (quantizzazione dell'energia elettromagnetica) sono state sempre disponibili sorgenti di onde elettromagnetiche di varie frequenze,interessanti la maggior parte dello spettro elettromagnetico, non è così per lo studio della quantizzazione dell'energia gravitazionale,in quanto, diversamente da quanto si fa con le cariche elettriche oscillanti (elettroni) generate da dispositivi elettronici vari (tubi elettronici, transistor,magnetron, klystron) ,non si possono costruire dispositivi di dimensioni ragionevoli in grado di accelerare masse grandissime per produrre onde gravitazionali artificiali. Bisogna pertanto tentare di studiare con giganteschi interferometri laser (progetti internazionali LIGO e VIRGO) o con complesse reti di rivelatori di raggi gamma (Progetto SWIFT) le debolissime onde gravitazionali naturali.
Riferimenti web:
http://www.superstringtheory.com/
http://www.virgo.infn.it/
http://www.ligo.caltech.edu
http://www.merate.mi.astro.it/docM/OAB/Research/SWIFT/POESw/intro.html
Tanti cordiali saluti

Egregio prof.re,
mi potrebbe analizzare il caso di idrodinamica appresso riportato?
Dato un cilindro immerso verticalmente in acqua e che presenta dei grossi fori di comunicazione con la stessa acqua, posti lateralmente in prossimità dei due fondi, si vuol sapere la forza necessaria per estrarlo fuori dal pelo libero dell'acqua, ignorando il peso stesso del cilindro e la resistenza del mezzo che si oppone al moto, tenendo conto naturalmente che tutto il volume interno del cilindro è invaso dall'acqua circostante, grazie ai fori esistenti.
La ringrazio tantissimo e La saluto
Francesca


Gent. ma Francesca,
Indicando con h l'altezza del cilindro, con P = rgh il peso dell'acqua in esso contenuta inizialmente e con y l'altezza di cui il fondo superiore è stato sollevato rispetto alla superficie libera dell'acqua, si consideri che nella parte del cilindro di altezza y, estratta dall'acqua, il livello dell'acqua si abbassa di y (per il principio dei vasi comunicanti) portandosi allo stesso livello dell'acqua circostante e che il peso dell'acqua fuoriuscita dal cilindro è
P(y) = rgy, mentre la forza (diretta verso l'alto) dovuta alla pressione idrostatica agente su fondo immerso alla profondità h - y è Fup(h - y) = rg(h - y) .
Pertanto la forza risultante necessaria per estrarre di y il cilindro è
Festr (y) = P (peso dell'acqua inizialmente contenuta nel cilindro) -P(y) ( peso dell'acqua fuoriuscita) - Fup(h - y) (forza agente sul fondo immerso) = rgh - rgy - rg(h - y) = 0.
In altri termini la diminuzione di peso conseguente alla fuoriuscita dell'acqua è esattamente compensata dalla diminuzione della spinta verso l'alto agente sul fondo immerso; di conseguenza, mentre il peso dell'acqua nel cilindro diminuisce da rgh a rgh - rgy =rg(h - y) , contemporaneamente la spinta sul fondo immerso diminuisce della stessa entità, cioè da Fup(h) = rgh a Fup(h-y) = rg(h - y), lasciando immutato l'equilibrio iniziale tra le due forze uguali e contrarie al variare dell'altezza di estrazione y. Quindi la forza risultante Festr (y), inizialmente nulla, si mantiene costantemente nulla fino all'estrazione completa del cilindro.
Se invece il cilindro fosse privo di fori, la forza di estrazione, al crescere di y da 0 ad h, crescerebbe linearmente con la legge Festr(y) = P - Fup(h - y) = rgh -rg(h - y) = rgy, assumendo il valore Festr(0) = 0 per y = 0 ed il valore Festr(h) = rgh = P (peso dell'acqua) per y = h (cilindro completamente estratto).
Tanti cordiali saluti

Egregio professore,
vorrei qualche ulteriore chiarimento.
 1) Nella prima domanda sulla relatività generale, al punto 1 ,  Lei ha risposto che la RG consente di scrivere le leggi fisiche in forma covariante rispetto a qualsiasi sistema di riferimento. Ma non dovrebbero essere invarianti ?
 2) Per quanto riguarda la precessione dell' orbita di Mercurio , ho capito come varia l' orbita , che disegna una rosetta, ma io chiedevo il perché di questa variazione , cioè perché dopo una rivoluzione completa non ritorna al punto di partenza ? Ad ogni "giro" , varia la deformazione spazio-temporale ? Essa non è sempre la stessa ? Cosa la fa variare ?
E perché si parla solo di precessione del perielio ? Dovrebbe variare anche l' afelio, visto che ruota tutto
l' asse maggiore dell' ellisse.
 3) Ho letto su un testo di fisica, che in RG la velocità della luce dipende dal sistema di riferimento. Capisco la curvatura, ma la velocità dovrebbe essere sempre quella. Non viene meno uno dei postulati della relatività ( anche se riguarda quella ristretta ) ?
 4) Infine una curiosità di altro tipo : in una normale lampadina ad incandescenza, a che temperatura arriva il filamento di tungsteno ? Ho letto che raggiunge i  1800-2000 gradi. Ma in tal caso, non dovrebbe emettere luce rossa o ancor più, rimanere nell' infrarosso , come dice anche la legge di Wien ?
Grazie . Francesco. Frattamaggiore ( Na )


Gent.mo Francesco,
1) Si consideri che i principi di relatività galileiano ed einsteiniano richiedono che le leggi fisiche siano covarianti nel passaggio da un sistema inerziale ad un altro, che cioè le relative equazioni mantengano la stessa struttura (forma) matematica. In particolare, questo vale, per quanto riguarda la relatività galileiana, per la seconda legge della dinamica, che nei sistemi inerziali S ed S', assume rispettivamente le forme
F = ma ed F' = ma'. Infatti, se entrambi i sistemi sono inerziali, un corpo non soggetto a forze, rispetto ad essi si muove con moto rettilineo uniforme o continua a rimanere fermo se è fermo inizialmente rispetto ad uno di essi. La stesso si verifica per le equazioni di Maxwell nel passaggio da un sistema inerziale S ad un altro ,S', qualora si applichino le trasformazioni di Lorentz, per le quali il tempo non è più assoluto, ma si trasforma, al pari delle coordinate spaziali, passando da S a S'.
La covarianza richiede pertanto che ad ogni termine di un'equazione, per esempio un rapporto A/B o un prodotto AB, espresso in base alle grandezze fisiche A e B in S, corrisponda rispettivamente un rapporto A'/B' o un prodotto A'B', espresso in base alle grandezze fisiche A' e B' in S', anche se A e A' e B e B' non assumono uguali valori, in quanto si trasformano con ben determinate relazioni che forniscono A' e B' in funzione di A e B, e viceversa.
L'invarianza delle leggi fisiche, invece, a differenza della covarianza, è più stringente, in quanto implica addirittura l'uguaglianza delle grandezze (A' = A; B' = B), in aggiunta alla conservazione della stessa struttura matematica.
Per esempio, se si considera una trasformazione galileiana tra i sistemi inerziali S ed S', la seconda legge della dinamica F = ma, oltre ad essere covariante, è anche invariante, in quanto la forza agente F' uguaglia F in assenza di forze apparenti del moto relativo (in quanto i sistemi non sono accelerati l'uno rispetto all'altro) e la massa (inerzia) è invariante; di conseguenza le accelerazioni a e a' coincidono .
Il principio di relatività generale afferma pertanto che le leggi fisiche sono espresse in tutti i sistemi di riferimento, inerziali e non, da equazioni covarianti, cioè mantenenti la stessa struttura matematica dei singoli termini nel passare da un sistema di riferimento S , accelerato o non accelerato, ad un altro sistema di riferimento S', accelerato o non accelerato, anche in presenza di campi gravitazionali, che sono equivalenti a campi di forze inerziali dovute ad accelerazioni del sistema di riferimento.
2) Si tenga presente che, anche senza ricorrere alle equazioni gravitazionali di Einstein, l'applicazione delle equazioni della dinamica nell'ambito della relatività ristretta e quindi la considerazione della variabilità della massa con la velocità, conducono ad orbite a rosetta, caratterizzate dalla precessione del perielio (e dell'afelio, per la rotazione dell'asse maggiore) rispetto al centro di forza solare. La stessa cosa si verifica per una carica elettrica q ,di massa m, soggetta alla forza attrattiva coulombiana generata da un'altra carica elettrica (elettrone dell' atomo di idrogeno). Questo significa che l'effetto precessionale è collegato essenziamente alle periodiche variazioni di massa del corpo in orbita, sia con l'aumento di velocità, dall' afelio verso il perielio, sia con la diminuzione di velocità, dal perielio verso l'afelio.
In relatività generale le orbite a rosetta si spiegano con analoghe variazioni della curvatura dello spazio-tempo, in aumento dall' afelio verso il perielio ed in diminuzione dal perielio verso l'afelio.
In altri termini, poichè la curvatura dello spazio-tempo del sistema pianeta-Sole dipende dalla massa-energia complessiva del sistema, al crescere della velocità dall'afelio verso il perielio,cresce, di pochissimo, la massa relativistica e con essa l'energia cinetica e la curvatura dello spazio-tempo. Successivamente il pianeta, raggiunta la posizione del perielio, la oltrepassa di poco, prima che inizi la diminuzione di velocità, che implica la diminuzione della massa relativistica e della curvatura dello spazio-tempo procedendo dal perielio verso l'afelio. Quindi il ciclo si ripete con periodiche variazioni di massa-energia e di curvatura e conseguenti piccoli avanzamenti della posizione del perielio.
3) Ci si riferisce ovviamente alla variazione della direzione della velocità per effetto della curvatura dello spazio-tempo,non al valore della velocità scalare c (modulo) , che è una costante universale. Si pensi che anche le onde gravitazionali si propagano con velocità c.
4) Anche se, per la legge di Wien, la massima intensità della radiazione termica, alla temperatura tipica di 2700°K (il tungsteno fonde a 3695°K), si ha nell'infrarosso, una percentuale significativa della potenza radiante viene emessa nello spettro visibile, in quantità sufficiente al raggiungimento dell'incandescenza, cioè dello “sbiancamento” dello spettro, anche se la maggior parte della potenza elettrica si converte in radiazione termica.
Soltanto con temperature maggiori o uguali a 5000 °K il massimo di emissione si sposta nello spettro visibile. Tanti cordiali saluti.

   

Egregio prof.re,
gentilmente La invito ad occuparsi a risolvere il seguente quesito:
-Un cilindro montato saldamente su un carrello, del peso complessivo di 6o Kg , scorre su un binario orizzontale,ed è immediatamente e costantemente alimentato  tramite una valvola in testa al cilindro, da aria compressa alla pressione di 5 Kg/cmq con una portata di 6l/s. Tra il cilindro e il pistone non vi è volume, tale che il pistone è a diretto contatto con il cielo del cilindro.
Il pistone ha un diametro di 10 cm, pesa 1,5 Kg e percorre una corsa di 30 cm.
Trascurando gli attriti, si vuol conoscere la velocità finale del pistone e del carrello che avrà sicuramente verso opposto a quello del pistone.
La ringrazio e La saluto distintamente
Francesca


Gent. ma Francesca,
Indicando con Mc = 60 kg la massa del sistema carrello-cilindro, con Mp = 1,5 kg la massa del pistone, con Vfc la velocità finale del carrello, con Vfp la velocità finale del pistone, con DV = 3,14 x 0,12x0,3/4 = 0,002355 mc la variazione di volume relativa alla corsa di 30 cm = 0,3 m e con p = 9,81 x 5 /0,0001 = 4,905 x 105 N/mq la pressione dell'aria nel cilindro, applicando il teorema lavoro-energia ed il principio di conservazione della quantità di moto, si ha: pDV = (1/2)Mc Vfc2 + (1/2)Mp Vfp2;
Mc Vfc + Mp Vfp = 0;
Risolvendo si ottiene: Vfc = -Mp Vfp /Mc ;
pDV = (1/2) Mc[-Mp Vfp /Mc]2 + (1/2)Mp Vfp2;
Vfp = sqrt[2 pDV/[Mp(1 + Mp/Mc)]] = sqrt (2 x 4,905 x 105 x 0,002355/[1,5 x(1 + 1,5/60)]) = = sqrt(2310/(1,5 x 1,025)) = sqrt(2310/1,5375) = sqrt(1502,43) = 38,761 m/s.
Vfc = -1,5*38,761/60 = - 0,969 m/s.
Tanti cordiali saluti

Egregio prof.re,
gentilmente vorrei che Lei mi risolvesse il seguente argomento di dinamica:
-un carrello del peso di 100 Kg. è spinto da una forza costante di 3500 N. percorrendo un tratto di 9 m. Il tratto percorso dal carrello è così composto:
Nel 1° tratto, da 0 a 6 m, il moto è uniformemente accelerato;
Nel 2° tratto, da 6 a 7 m, il carrello viene contrastato da una forza resistente tale da fargli assumere un moto uniformemente ritardato e che alla distanza di 7 m dalla posizione iniziale ha ridotto la sua velocità di 5 m/s.
Poi il carrello continua la sua corsa e nel tratto di 7-8 m avviene lo stesso fenomeno del tratto di cui sopra;infatti il carrello verrà frenato di altri 5 m/s grazie alla solita forza resistente.
Infine, nell'ultimo tratto di 8-9 m, il carrello dovrà essere arrestato completamente da una forza resistente adeguata, con moto uniformemente ritardato fino alla distanza di 9m dalla posizione iniziale.
Si domanda quale sarà la velocità media del carrello per tutto il percorso, ricordando che la forza insiste con la sua intensità fino al nono metro?
La ringrazio moltissimo e La saluto distintamente.
Francesca


Gent. ma Francesca,
Nel primo tratto, per 0 < x < x1 <=6 m, indicando con Fm = 3500 N la forza motrice , l'accelerazione è a1 = Fm/M = 3500/100 = 35 m/s2, il moto è uniformemente accelerato (x1 = (1/2) a1 t2) ed il tempo impiegato dal carrello per raggiungere la posizione x1 = 6 m è t1 = sqrt(2 x1/a1) = sqrt(2 x 6 /35) = sqrt(0,3428) = 0,585 s.
La velocità finale è vf1 = a1 t1 = 35 x 0,585 = 20,475 m/s.
Nel secondo tratto, per 6 < x <= x2 = 7 m, essendo vf2 - vf1 = - 5 m/s la variazione di velocità per x = 7 m, la velocità finale del moto uniformemente ritardato è vf2 = 20,475 - 5 = 15,475 m/s . Pertanto si ha: vf22 = vf12 + 2 a2 (x2 - x1) e la decelerazione prodotta dalla forza risultante Fm - Fr , dove Fr è la forza resistente, è a2 = (vf22 - vf12)/(2 (x2 - x1)) = (15,4752 - 20,4752)/(2 x (7 - 6)) = -89,875 m/s2. Pertanto la forza resistente è Fr = Fm - Ma2 = 3500 - 100 x (-89,875) = 12487,5 N ed il tempo impiegato dal carrello per raggiungere la posizione x2 = 7 m è t2 = (vf2 - vf1)/a2 = -5/(-89,875) = 0,0556 s.
Nel terzo tratto, per 7 < x <= x3 = 8 m,essendo costante la decelerazione a3 = a2 = - 89,875 m/s2,il tempo impiegato dal carrello per raggiungere la posizione x3 = 8 m è t3 = (vf3 - vf2)/a3 = -5/(-89,875) = 0,0556 s.
vf3 = vf2 - 5 = 15,475 - 5 = 10,475 m/s.
Nell' ultimo tratto, per 8 < x <= x4 = 9 m, il moto è uniformemente ritardato e si ha: vf42 = vf32 + 2 a4 (x4 - x3), con vf4 = 0.
La decelerazione è a4 = (0 - vf32)/(2(x4 - x3)) = - (10,475)2/ (2 x (9 - 8)) = - 109,725/2 = - 54,863 m/s2.
Il tempo impiegato dal carrello per raggiungere la posizione x4 = 9 m è t4 = (0 - vf3)/a4 = - 10,475/-54,863 = 0,19 s.
In definitiva, essendo t tot = t1 + t2+ t3+ t4 = 0,585 + 0,0556 + 0,0556 + 0,19 = 0,8862 s il tempo impiegato dal carrello per percorrere il tratto d = 9 m, la velocità media del carrello, relativa allo spazio percorso d, è vm = d/t tot = 9/0,8862 = 10,155 m/s.
Tanti cordiali saluti.

Egregio prof.re,
con cortesia Le chiedo se nel quesito di dinamica precedentemente inoltrato, tutto il sistema fosse ruotato di 90°, ovvero se il carrello fosse spinto ipoteticamente dal basso verso l'alto con le stesse modalità precedentemente note, la velocità media che modulo potrebbe avere e quale potenza media potrebbe essere sviluppata dalla forza motrice?
Sempre grata per la sua brillante collaborazione, La saluto
Francesca


Gent. ma Francesca,
Nel primo tratto, per 0 < y < y1 <=6 m, indicando con Fm = 3500 N la forza motrice verticale e com P = Mg = 100 x 9,81 = 981 N, l'accelerazione è a1 = (Fm - Mg)/M = Fm/M - g = (35- 9,81) m/s2 = 25,19 m/s2, il moto è uniformemente accelerato (y = (1/2) a1 t2) ed il tempo impiegato dal carrello per raggiungere la posizione y1 = 6 m è t1 = sqrt(2 y1/a1) = sqrt(2 x 6/25,19) = sqrt(0,476) = 0,69 s.
La velocità finale è vf1 = a1 t1 = 25,19 x 0,69 = 17,381 m/s.
Nel secondo tratto, per 6 < y <= y2 = 7 m, essendo vf2 - vf1 = - 5 m/s la variazione di velocità per y = 7 m, la velocità finale del moto uniformemente ritardato è vf2 = 17,381 - 5 = 12,381 m/s . Pertanto si ha: vf22 = vf12 + 2 a2 (y2 - y1) e la decelerazione prodotta dalla forza risultante Fm - Mg - Fr , dove Fr è la forza resistente verticale, è a2 = (vf22 - vf12)/(2 (y2 - y1)) = (12,3812 - 17,3812)/(2 x (7 - 6)) = -74,405 m/s2. Pertanto la forza resistente è Fr = Fm - Mg - Ma2 = 3500 - 981 - 100 x (-74,405) = 9959,5 N ed il tempo impiegato dal carrello per raggiungere la posizione y2 = 7 m è t2 = (vf2 - vf1)/a2 = -5/(-74,405) = 0,0672 s.
Nel terzo tratto, per 7 < y <= y3 = 8 m,essendo costante la decelerazione a3 = a2 = - 74,405 m/s2,il tempo impiegato dal carrello per raggiungere la posizione y3 = 8 m è t3 = (vf3 - vf2)/a3 = -5/(-74,405) = 0,0672 s.
vf3 = vf2 - 5 = 12,381 - 5 = 7,381 m/s.
Nell' ultimo tratto, per 8 < y <= y4 = 9 m, il moto è uniformemente ritardato e si ha: vf42 = vf32 + 2 a4 (y4 - y3), con vf4 = 0.
La decelerazione è a4 = (0 - vf32)/(2(y4 - y3)) = - (7,381)2/ (2 x (9 - 8)) = - 54,479/2 = - 27,239 m/s2.
Il tempo impiegato dal carrello per raggiungere la posizione y4 = 9 m è t4 = (0 - vf3)/a4 = - 7,381/-27,239 = 0,27 s.
In definitiva, essendo t tot = t1 + t2+ t3+ t4 = 0,69 + 0,0672 + 0,0672 + 0,27 = 1,0944 s il tempo impiegato dal carrello per percorrere il tratto d = 9 m, la velocità media del carrello, relativa allo spazio percorso d, è vm = d/t tot = 9/1,0944 = 8,223 m/s.
La potenza media sviluppata dalla forza motrice Fm = 3500 N è pertanto Pm = Fm vm = (3500 x 8,223) W = 20780,5 W = 20,7805 Kw.
Tanti cordiali saluti.

           
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